martedì 21 maggio 2013

Imboscata al Pennone

- Dal diario di Silgor -

Riddleport, 22 Calistril 2711 CA

Stasera saremo di nuovo in missione. Il vecchio, Saul, ha scoperto che le principali autorità di Riddleport si incontreranno al calar del sole sotto il pennone; una specie di discarica, da quello che ho capito: quale miglior luogo di ritrovo per quegli scarti della società. Sto iniziando ad averne abbastanza di questa città; qui pare che non esistano leggi, se non quella del più forte, e i suoi stessi governanti sono criminali, pirati, contrabbandieri senza scrupoli. Feccia.
L’ordine dei glifieri continua a ignorare le mie richieste, e non credo che la situazione cambierà; e anche i miei compagni di viaggio stanno iniziando ad infastidirmi. Enomis, il paladino, l’unico ad aver mostrato gentilezza fin dal primo momento, ora sta diventando veramente stucchevole: lo splendente eroe, servitore della legge, che si sente sempre in dovere di mettere d’accordo tutti... Quanto agli altri due, non c’è nemmeno da parlarne. Mai visto un essere più rozzo di quel nano, e Tom, l’halfling, non mi sembra molto più che un ladruncolo di strada. Pensandoci, credo che farei meglio a tornare a casa, tra qualche giorno. Ne parlerò con Kassandra.
Ma forse sono la stanchezza e il malumore a parlare per me: ora devo riposare. Questa sera ci converrà essere svegli e vigili; non ho un buon presentimento in merito alla faccenda...  
Silgor spostò la penna, soffiò lievemente sull’inchiostro appena posato, e chiuse il diario; poi la sua mano si posò su un altro tomo, molto più grande, con una spessa rilegatura in cuoio. Steso sulla branda, rilesse come sempre le descrizioni dettagliate del suo libro degli incantesimi, poi si girò su un fianco e si sforzò di dormire. Non fu difficile, nonostante fossero appena le due di pomeriggio: gli ultimi giorni erano stati tutto fuorchè rilassanti.

- Silgor, cugino, dobbiamo andare.
Le parole di Kassandra lo scossero dal torpore, ed alzandosi l’elfo si accorse di non essersi nemmeno tolto le vesti da mago per dormire. Ancora stordito, si diresse verso la tinozza di acqua poggiata in bagno per rinfrescarsi, dopodichè controllò di avere tutto ciò che gli serviva, raccolse la mazza da sotto il letto, e uscì nel corridoio. Il resto della compagnia era già lì ad aspettarlo.
- Allora, andiamo? Non credo che aspetteranno noi per iniziare la riunione.
- Andiamo. Il pennone non è molto distante, e il crepuscolo è appena iniziato. Dovremmo essere in orario.
Silgor notò che alla parola “pennone” una specie di sorriso attraversò il volto di Tom e del paladino, per un istante. Probabilmente era stata solo una sua impressione.
Dwinar si mosse, in testa al gruppo, e la compagnia lo seguì.

La puzza stava diventando difficile da sopportare. I cinque camminavano ormai da circa mezz’ora, ma negli ultimi dieci minuti le strade della città erano lentamente sparite, diventando progressivamente degli stretti sentieri che aprivano la via in mezzo a veri e propri cumuli di rifiuti. Mattoni, sacchi di paccottiglia, vecchi oggetti di arredamento, giocattoli rotti, avanzi di cibo e oggetti assolutamente impossibili da identificare si ammassavano ovunque, colando liquidi densi e scuri che formavano rivoli e piccole pozzanghere sul sentiero. Dopo qualche altro minuto di cammino, lo videro: il pennone svettava in mezzo alla discarica, una sagoma alta e affusolata, più scura della notte, che si stagliava contro il cielo.
- Fermiamoci qui. Non conviene avvicinarsi ancora, ci sentirebbero. Provo a dare un’occhiata col cannocchiale, da quella montagnetta di rifiuti dovrei avere una buona visuale.
Finita la frase, Tom si inerpicò sulla collinetta con l’agilità di una volpe, e si stese ad osservare in lontananza.
- Gli piace proprio quel cannocchiale, eh? Probabilmente durante la notte dormono abbracciati...
La battuta bisbigliata da Kassandra fece sorridere tutti, anche se la tensione era palpabile. Tom non fece attendere a lungo il suo responso.
- Sono cinque! Cinque creature, non riesco a capire la razza. Ferme, ai piedi del pennone. Forse stanno parlando, non sono riuscito a vedere molto altro.
- Dobbiamo avvicinarci ancora...
- No, faremmo troppo rumore, tutti insieme. Un nano guerriero e un paladino con delle armature che da sole sono più pesanti di me, non sono di certo l’emblema della furtività. Io e Kassandra però possiamo avvicinarci di più. Faremo attenzione; in ogni caso, di certo da qui non possiamo fare molto. Voi tre rimanete qua, e preparate le armi. Abbiamo i fischietti.
Silgor ci pensò un attimo; il piano aveva senso. E comunque, a nessuno veniva in mente qualcosa di migliore. L’elfo tentò un suggerimento, anche se immaginava già la risposta.
- Potremmo osservare la situazione, se ci lasci il tuo cannocch...
- Ah, no! È fuori discussione. Il cannocchiale viene con me. Allora, andiamo? Probabilmente hanno già iniziato a parlare di noi...
I due cugini si guardarono con un cenno di intesa, poi Kassandra si avvicinò all’halfling, ed entrambi si allontanarono nell’oscurità con passi leggeri silenziosi. Silgor, Dwinar, Enomis e Nethys rimasero da soli. L’elfo si era accovacciato, e accarezzava lentamente il gatto, ripetendo mentalmente le formule dei suoi incantesimi più utili. I due guerrieri erano rimasti in piedi, le mani posate sulle impugnature delle loro armi, le orecchie tese verso il buio in direzione del pennone. Probabilmente uno scambio di parole avrebbe rilassato un po' gli animi ed allentato la tensione, ma nessuno osava fiatare, sia per paura di essere sentito, sia per timore di non sentire un eventuale richiamo d’aiuto; gli unici rumori erano quelli, lontani, della città.
All’improvviso, un grido sordo di dolore squarciò il silenzio; in un attimo, i tre riconobbero la voce di Tom, e si scagliarono d’istinto verso l’origine del suono, che aveva solo fatto scattare i loro muscoli già tesi.
Pochi secondi dopo raggiunsero l’halfling visibilmente scosso, tenuto in braccio da Kassandra: aveva due frecce piantate nel petto, e parlava a fatica.
- Era una trappola. Sono solo delle sagome! Ci siamo fatti fottere da delle cazzo di sagome di cartone! Dietro alla collina c’erano due.... cosi. Non ho idea di cosa fossero, sembravano dei gorilla, erano piuttosto grossi, e ricoperti di pelo, o almeno mi è sembrato. Di sicuro non possiamo andare lì a combatterli, già qui l’acqua vi arriva alle ginocchia, là sareste immersi fino al costato.
Effettivamente l’acquitrino era diventato particolarmente profondo, tanto che Silgor era ormai costretto a tenere il gatto sulle spalle. Non appena Tom indicò il punto in cui aveva visto i nemici, l’elfo provò a sporgersi per scagliare un dardo incantato, ma non vide nessuno. L’atmosfera era tornata ad essere calma, in modo quasi surreale. I cinque continuavano a guardarsi intorno, per captare qualsiasi rumore o movimento, ma nulla sembrava accadere. Alla fine, Enomis prese la parola.
- Ci hanno teso un’imboscata, e probabilmente Saul era un complice. La soffiata che ci ha dato probabilmente era solo un pretesto. Comunque, per fortuna ce la siamo cavata. Adesso però faremmo meglio a tornare, e credo proprio che il vecchio ci dovrà delle spiegazioni. Se siete d’accordo, io direi che non abbiamo più nulla da fare qui.
Gli altri quattro compagni si guardarono e annuirono, a malincuore; anche se erano tutti vivi, la missione sembrava essere stata un fallimento. E soprattutto, anche se nessuno osava dirlo, stavano tutti pensando la stessa cosa: l’unica persona di cui avevano potuto fidarsi, in quella città di criminali, probabilmente aveva appena tentato di ucciderli. Ora erano soli.
Lentamente, iniziarono ad avviarsi verso la città, camminando a fatica nell’acquitrino paludoso. Quando, all’improvviso, un rumore alle loro spalle fece gelare il sangue a tutti.

Ebbero appena il tempo di vederli, mentre si scagliavano su di loro, tutti insieme. Quattro creature immonde si erano alzate dall’acqua e stavano correndo all’attacco. Sembravano degli enormi ratti, ma la postura era quella di un umano, in piedi sulle zampe posteriori. Tutto il corpo era ricoperto da un folto pelo ispido, incrostato di sporco e fango. Gli occhi, piccoli, rossi e incavati, e la bocca enorme, colante di bava e piena di denti appuntiti, conferivano al muso una smorfia animalesca e malvagia. Al fondo delle braccia muscolose, le mani terminavano in artigli affilati, che balenavano alla luce della luna. Dai pochi stracci che li coprivano spuntava, al fondo della schiena, una lunga coda rosa, liscia, sottile, che si muoveva frenetica.
Nessuno capì subito di che creature si trattasse, e tutta la compagnia fu costretta a difendersi come poteva. Uno dei mostri saltò addosso a Tom, addentandolo con un morso vicino al collo. Un altro impegnò Enomis poco più avanti. Dwinar combatteva al fianco dell’halfling, due contro due, mentre Kassandra era stata avvicinata dall’ultimo degli avversari. Silgor, poco più indietro, era stato l’ultimo a reagire, e tentò di lanciare un incantesimo di attacco, senza successo. Il combattimento era concitato, e i mostri sembravano immuni a molti degli attacchi della compagnia; finchè Kassandra capì contro cosa stavano combattendo.
- Sono ratti mannari! Le armi normali non sono efficaci, l’argento li ferisce! Questi bastardi si rigenerano, ragazzi. Silgor, bruciali! Bruciali tutti!
Il ranger indietreggiava e tentava di colpire il ratto davanti a lei con delle frecce, ma quando ci riuscì il risultato non fu incoraggiante. Il mostro, colpito alla spalla, si fermò per un istante, e con un ghigno quasi divertito estrasse la freccia dalla ferita, che si rimarginò all’istante. Nel frattempo aveva raggiunto Silgor, e lo addentò violentemente alla spalla.
Il mago urlò di dolore, provò a indietreggiare, e tenendosi la ferita dolorante cercò nuovamente la concentrazione. Focalizzò davanti a sè i due ratti che combattevano contro Tom e Dwinar; l’halfling sembrava privo di sensi, a terra. Alzò le mani verso i mostri, e non appena la sua voce terminò di pronunciare le parole dell’incantesimo, un enorme cono di fiamme si sprigionò dalla punta delle sue dita.
L’odore di carne bruciata si stava spargendo nel campo di battaglia, e Silgor ebbe appena il tempo di constatare il successo del suo attacco, prima che un pugnale gli si conficcasse nel fianco. Con un lamento, cadde riverso nell’acquitrino.
Mentre il combattimento infuriava intorno a lui, Silgor era completamente privo di sensi. Gli parve di vedere, ad un certo punto, una luce accecante, e per un attimo sentì che il suo corpo stava riprendendo vigore. Aprì gli occhi a fatica, ma l’unica cosa che riuscì a mettere a fuoco fu una specie di puntino nero che cadeva dal cielo, e sembrava avvicinarsi velocemente. Il masso lo colpì dritto in testa, spingendolo nuovamente nel coma.
Quando si svegliò, era tutto finito.

Il mago si ritrovò seduto nell’acquitrino, frastornato, e si accorse con sorpresa di non sentire più alcun dolore. Guardò Kassandra, che era china su di lui, e capì che gli aveva appena fatto bere una pozione curativa. La ringraziò con un cenno della testa. Poi si guardò intorno: nell’acqua si intravedevano tre cadaveri, ma non ci mise molto a capire che nessuno di loro era uno dei suoi compagni. Li vide tutti lì, nelle vicinanze; Dwinar si aggirava sul campo di combattimento, mentre gli altri erano fermi e sembrava che stessero parlando con... due persone. Fu allora che se ne accorse: c’erano altre due persone che non aveva mai visto prima. Uno era un elfo, ma era molto diverso da quelli con cui Silgor aveva vissuto durante l’infanzia. La pelle era più scura, e coperta di tatuaggi. L’abbigliamento era simile a quello di un ranger; probabilmente veniva dalle foreste del Sud. Sulla sua spalla era poggiato un falcone grigio. L’altro personaggio era una donna; umana, vestiva l’armatura tipica dei chierici. I capelli biondi chiarissimi, quasi bianchi, incorniciavano un viso dai lineamenti gentili, impreziosito da due occhi verde smeraldo. Silgor si avvicinò al resto del gruppo, appena in tempo per sentire le presentazioni.
- Credo di dovervi delle spiegazioni. Io sono Kwava, della compagnia degli Shin'Rakorath. Seguivo i vostri spostamenti da un po’, e in particolare quelli del vostro capo, Saul Vankaskerkin. Sospetto che abbia dei contatti con un elfo malvagio che sto cercando da molto tempo, qui a Riddleport. Per fortuna io e la mia compagna di viaggio Fenicia siamo riusciti a salvarvi dall’imboscata; ve la stavate vedendo piuttosto brutta.
- Già. Come ha già detto lui, io sono Fenicia. L’ho accompagnato nella parte finale del suo viaggio, e negli utlimi giorni vi siamo stati quasi sempre dietro. Tra l’altro, è un piacere incontrarvi, ormai siete delle celebrità in città.
- Beh, grazie di tutto. Se non sbaglio sei un chierico, immagino di dover ringraziare te per...
Silgor stava per finire la frase, ma la conversazione fu interrotta da un grido di Dwinar. Il nano aveva trovato qualcosa su uno dei cadaveri.
- Ehi... Ehi, gente, credo di aver trovato un indizio. Non si capisce niente in realtà, ma credo che possa essere utile...
Nelle mani aveva un piccolo foglietto spiegazzato. La lingua in cui era scritto era comune, ma le parole sembravano provenire da un gergo sconosciuto.
Il mio vecchio truzzo moncato sta allargando Campossolo. Dovranno confondersi in loco alla cala tenebra stessa. Fateli fuori e non fatevi beccare dai polli. Arraffate i chicchi e tenete i becchi, così vi scucio il ferro restante e poi vi riprendo nel covolo.
Mentre tutti si guardavano a vicenda, visibilmente spaesati, sul volto di Tom si dipinse un sorrisino furbo.
- È il gergo dei ladri. Per farla breve, c’è scritto che Saul ci avrebbe mandati qui per farci uccidere. Credo proprio che i nostri dubbi siano appena diventati certezze.
Gli sguardi si abbassarono, mentre tutti si rendevano conto di cosa voleva dire ciò che avevano appena scoperto. Non avevano più un posto sicuro dove dormire, non avevano più un lavoro, non avevano nulla. E ormai era tardi, e la stanchezza cominciava a farsi sentire. Capirono che non sarebbero nemmeno potuti tornare alla bisca, a prendere le poche cose che avevano lasciato nelle loro stanze; la prima cosa da fare era cercare un altro posto dove passare la nottata. Il silenzio, carico di tensione e preoccupazione, fu rotto da Kwava.
- Immagino che a questo punto per voi non sia sicuro tornare alla bisca. Ho un piccolo accampamento poco fuori dalla città; non ci sono stanze da re, ma credo che non possiate farvi troppi problemi. Del resto, è stata una nottata quantomeno pesante, e siamo tutti stanchi. Seguitemi, vi faccio strada.
Detto ciò, l’elfo si avviò con passo sicuro, seguito ben presto dal resto del gruppo. Silgor stette fermo per un po’, ripensando al pericolo che aveva corso quella notte, e si rese conto di dovere la vita alla nuova arrivata; si guardò la spalla sinistra, e si accorse che nel frattempo era diventata gonfia e violacea, e l’ematoma si stava diffondendo al braccio e al petto: stranamente, però, non sentiva alcun dolore.
Con la mente affollata di pensieri, si affrettò per non rimanere indietro.

Quinta giocata: 20 maggio 2013


Riddleport, 22 Calistril 2711 CA

  • la compagnia raggiunge il punto d'incontro e scopre che si tratta di un'imboscata
    • grazie all'aiuto di Kwava, un cacciatore degli Shin' Rakorath, e di una sua compagna di nome Fenicia riescono a sconfiggere i ratti mannari
    • a causa dello scontro sembra che Silgor abbia contratto due malattie: la febbre lurida e la licantropia, gli effetti ancora non sono evidenti
    • un foglietto conferma i sospetti riguardanti la volontà di Saul di sbarazzarsi dei personaggi
  • tutti e sette si ritirano all'accampamento di Kwava e Fenicia per trascorrere la notte

mercoledì 8 maggio 2013

Dwinar - Frammento

<Infine, il momento é giunto.>
Dwinar strinse le mani guantate attorno all'impugnatura della sua ascia; cuoio scricchiolò nell'aria colma del vociferare degli uomini, del crepitio dei fuochi dei bivacchi dell'accampamento, dei fumi provenienti da enormi pentole metalliche e dalle pire funerarie.
Strinse gli occhi per scrutare meglio attraverso i densi fumi che si levavano alti nel cielo nuvoloso e al sottile velo di nebbia che si librava ad un metro da terra per tutta la valle. Controllò un'ultima volta ma ne era certo: il nemico era arrivato.
Anche gli osservatori sulle torri videro.
Prima ancora che potesse avvertire i suoi compagni, campane cominciarono a suonare ovunque nell'accampamento; prima una, poi una seconda, una terza, fino a che non fu più possibile determinare quante fossero.
La calma dell'accampamento fu inghiottita dal caos: tutti si fiondarono verso le proprie tende, a raccogliere il proprio equipaggiamento e a prepararsi per la battaglia; scudieri aiutarono i propri cavalieri ad indossare le loro armature sopra la pesante cotta di maglia, fabbri cominciarono a lavorare con più fervore, clangori metallici si levarono da tutto il campo e nel giro di pochi minuti si formarono le prime linee di soldati.
Dwinar si lanciò verso le prime file, famose per le scarsissime probabilità di sopravvivenza... e per i guerrieri nanici più potenti di tutto l'accampamento.
Cotta di maglia in acciaio, armatura pesante completa in mithril, ascie da guerra e scudi neri con sopra dipinto lo stemma della propria casata, elmo a celata abbassata, nessuna parola.
Assaltatori d'Elìte, punta di diamante dell'esercito nanico: silenzio assoluto, nessun grido prima della morte, nessun rimorso prima di prendere una vita. Quando caricano, si muovono come un unico corpo fatto di metallo e carne, una fortezza mobile da sfondamento, carica ferale da macellazione.
Vapore caldo sbuffava fuori dagli elmi scuri deformati da battaglie passate, l'unico rumore emesso erano i pesanti respiri desiderosi di sangue.
Quando l'ordine fu gridato dai comandanti, la carica partì.
Dwinar scattò in avanti in perfetta sincronia con i suoi compagni, i suoi fratelli d'arme; la muraglia umana avanzò a velocità impressionante seguita dal resto dell'esercito, la terra tremò sotto i passi pesanti dei nani.
Dall'altro lato della valle, migliaia e migliaia di luride creature restavano in attesa, nessuna tattica, nessuna strategia, nessuna formazione, soltanto urla disumane, bestemmie e insulti, grugniti e versi demoniaci: orchi, goblin, bestie e mostri di ogni tipo riempivano le fila nemiche; creature infernali, oscure.
Quando la carica degli Assaltatori raggiunse il nemico, le sorti della battaglia apparvero chiare.
L'Elìte di nani penetrò fino al centro della formazione nemica come un coltello nel burro caldo, grida si levarono alte nel cielo, nubi rossastre fuoriuscivano dai nemici abbattuti, il terreno divenne fango sanguinolento, archi di sangue nero venivano dipinti dal vorticare delle ascie naniche.
Dalla distanza, enormi baliste massacravano i mostri con mastodontici pali di legno e ferro, ormai per loro non vi era più speranza.
A battaglia conclusa, straordinariamente con poche perdite, l'esercitò levò un canto trionfale e tornò all'accampamento per i giusti festeggiamenti. Quella guerra che ormai si protraeva da diversi mesi, era ormai conclusa. Dopo questa vittoria, i nani avrebbero eretto un'immensa barriera per proteggere le proprie terre dagli assalti di quelle creature, finalmente avrebbero potuto vivere in pace.

Quella notte giunsero musicisti e cortigiane dai villaggi vicini, musiche di ogni tipo si mescolavano, l'aria odorava di vino e birra e sidro e di carni speziate arrostite.
Dwinar si godeva il meritato riposo un po' in disparte, non desiderava altro che tornare dalla sua Azmòra, la sua amata, che lo stava aspettando preoccupata ormai da troppo tempo. Era sicuro: appena tornato, l'avrebbe sposata; era la donna giusta, l'unica che abbia mai amato davvero, l'unica che l'abbia davvero capito. Senza di lei, non gli restava nulla. Avrebbe sotterrato l'ascia da guerra per diventare un fabbro o magari un minatore e avrebbe avuto dei bambini; non desiderava altro che stare al suo fianco fino a che la vecchiaia non si fosse preso la sua vita.

Cominciò come un suono ritmico quasi impercettibile e pian piano divenne sempre più forte e udibile, poi emerse dalle tenebre e Dwinar vide: messaggero a cavallo... no...Non un soldato, un ragazzo, accasciato sul dorso dell'animale. Quando la montatura si fermò vicino al nano, il ragazzo cadde, dalla sua schiena spuntava una freccia nera, un dardo goblin. Dwinar la prese saldamente e la spezzo, dopodiché girò il ragazzo e lo riconobbe: era Corren, il figlio del fabbro del suo villaggio.
<Qui c'é bisogno di un cerusico! Presto! Corren, svegliati figliolo, parlami... Dimmi che cosa é successo!>
Dopo qualche secondo, il giovane aprì debolmente gli occhi e sussurrò qualche parola: <Villaggio...Az...mora....tr..tr..trappola.....diversivo....tutti morti......>
Poi chiuse gli occhi e non li riaprì più.

Poco dopo giunse un messo ad informare il comandante in carica che svariati villaggi dietro il fronte di guerra erano stati attaccati e distrutti da raid di goblin, la battaglia nella valle era solo un espediente per lasciare le città sguarnite e indifese.
Quando tornò a casa, Dwinar scoprì di non averne più una. Aveva perso tutto: la sua donna, l'amore, il futuro che aveva sognato. Delle abitazioni rimanevano solo più macabri scheletri di pietra sporca di fuliggine, corpi dilaniati dagli uccelli erano sparsi ovunque, l'aria odorava di carne bruciata.
Azmòra non c'era più e la rabbia si impadronì del nano. Avrebbe giurato vendetta, avrebbe ucciso e ucciso e ucciso per il resto della sua vita perché ormai rimaneva solo quello di lui, l'altra parte, quella che voleva vivere in pace, era morta con lei.
Entrò nella fucina devastata dal saccheggio e riaccese la fiamma del forno. Si tolse le massicce placche di mithril e le gettò tra le fiamme, lavorò di mastice e di martello e forgiò una nuova ascia e sulla lama vi incise parole antiche, rune sconosciute, un linguaggio tramandato all'interno del clan Bloodaxe di cui lui solo conosceva il significato.
Dopodiché, andrò ad ubriacarsi.
Ubriaco fradicio si mise a parlare con degli altri nani ammirati dalla fattura della sua ascia, chiesero il significato delle rune che aveva inciso e lui rispose:
<Vi ho inciso il mio messaggio di vendetta: "Nessuna creatura o uomo o essere vivente sfuggirà alla mia vendetta. Nulla sfuggirà alla mia ascia, essa si disseterà con il sangue dei miei nemici. Questa sarà la mia vita.">
Poi se ne andò e non tornò più a quella che un tempo chiamava "casa".


La pioggia cadeva incessantemente , Dwinar, completamente bagnato, trovò rifugio sotto ad un gigantesco albero e lì vi accese un falò per riscaldarsi ed asciugarsi. La luce che il fuoco emetteva era estremamente fioca, riusciva a malapena ad illuminare l'ascia che teneva davanti a sé.
Nella solitudine e nel silenzio della notte spezzato dal picchiettare delle gocce, lesse ancora le parole che aveva inciso: "Nessuno trafisse mai il mio cuore come fece il tuo sguardo la prima volta che ti vidi. Nessun fuoco potrà mai ardere come l'amore che provo per te, nessun dolore sarà mai più grande della tua scomparsa. Questa sarà la mia vita d'ora in poi: vuota e grigia, senza un posto da chiamar casa. Perché eri tu, la mia casa.".
Sulle sue guance, una goccia scivolò e cadde sulla lama. Forse pioggia, forse no.

lunedì 6 maggio 2013

Quarta giocata: 1 maggio 2013

Riddleport, 16 Calistril 4711 CA
  • nonostante l'effetto benefico di Samaritia Beldusk sull'andamento della bisca e la discreta partecipazione dei personaggi agli affari di quest'ultima il Goblin d'Oro vede la situazione peggiorare a causa di alcuni disguidi causati dal gestore, Saul

Riddleport, 19 Calistril 4711 CA  
  • i personaggi vengono ingaggiati da Saul per trasportare dal "Corsaro Fumante", una nave attraccata al porto di Riddleport, del liquore molto prezioso
    • i personaggi scoprono e sventano il tentato furto da parte di alcuni scagnozzi di Clegg Zincher
    • il caos generato provoca una piccola rivolta nei bassifondi della cittadina che viene subito placata dall'azione della compagnia
  • Silgor e Samaritia portano il loro rapporto ad un livello più intimo
  • una tanto intensa quanto breve relazione vede coninvolti Enomis e Tom

Riddleport, 20 Calistril 4711 CA
  • Samaritia abbandona la sua occupazione alla bisca per entrare nell'Ordine dei Glifieri. La domanda di Silgor continua invece a essere ignorata a causa nella fama che lui e i suoi compagni stanno acquisendo nella cittadina

Riddleport, 21 Calistril 4711 CA
  • la bisca del Goblin d'Oro viene attaccata e danneggiata da degli uomini di due importanti vicari di Riddleport: Clegg Zincher e Croat; l'intervento eroico della compagnia riesce comunque a salvare la situazione

Riddleport, 22 Calistril 4711 CA
  • Saul ha ricevuto una soffiata che lo ha informato di una riunione di alcuni uomini dei maggiori vicari di Riddleport per ordine una congiura contro la bisca del Goblin d'Oro, decide quindi di inviare la compagnia ad indagare