Riddleport, 22
Calistril 2711 CA
Stasera saremo di
nuovo in missione. Il vecchio, Saul, ha scoperto che le principali autorità di
Riddleport si incontreranno al calar del sole sotto il pennone; una specie di
discarica, da quello che ho capito: quale miglior luogo di ritrovo per quegli
scarti della società. Sto iniziando ad averne abbastanza di questa città; qui
pare che non esistano leggi, se non quella del più forte, e i suoi stessi
governanti sono criminali, pirati, contrabbandieri senza scrupoli. Feccia.
L’ordine dei
glifieri continua a ignorare le mie richieste, e non credo che la situazione
cambierà; e anche i miei compagni di viaggio stanno iniziando ad infastidirmi.
Enomis, il paladino, l’unico ad aver mostrato gentilezza fin dal primo momento,
ora sta diventando veramente stucchevole: lo splendente eroe, servitore della
legge, che si sente sempre in dovere di mettere d’accordo tutti... Quanto agli
altri due, non c’è nemmeno da parlarne. Mai visto un essere più rozzo di quel nano,
e Tom, l’halfling, non mi sembra molto più che un ladruncolo di strada. Pensandoci, credo che farei meglio a tornare a casa, tra qualche giorno. Ne parlerò con Kassandra.
Ma forse sono la stanchezza e il malumore a parlare per me: ora devo
riposare. Questa sera ci converrà essere svegli e vigili; non ho un buon
presentimento in merito alla faccenda...
Silgor spostò la penna,
soffiò lievemente sull’inchiostro appena posato, e chiuse il diario; poi la sua
mano si posò su un altro tomo, molto più grande, con una spessa rilegatura in
cuoio. Steso sulla branda, rilesse come sempre le descrizioni dettagliate del
suo libro degli incantesimi, poi si girò su un fianco e si sforzò di dormire.
Non fu difficile, nonostante fossero appena le due di pomeriggio: gli ultimi
giorni erano stati tutto fuorchè rilassanti.
- Silgor, cugino, dobbiamo
andare.
Le parole di Kassandra lo
scossero dal torpore, ed alzandosi l’elfo si accorse di non essersi nemmeno
tolto le vesti da mago per dormire. Ancora stordito, si diresse verso la
tinozza di acqua poggiata in bagno per rinfrescarsi, dopodichè controllò di
avere tutto ciò che gli serviva, raccolse la mazza da sotto il letto, e uscì
nel corridoio. Il resto della compagnia era già lì ad aspettarlo.
- Allora, andiamo? Non credo che
aspetteranno noi per iniziare la riunione.
-
Andiamo. Il pennone non è molto distante, e il crepuscolo è appena iniziato.
Dovremmo essere in orario.
Silgor notò che alla parola “pennone” una specie di
sorriso attraversò il volto di Tom e del paladino, per un istante.
Probabilmente era stata solo una sua impressione.
Dwinar si mosse, in testa al
gruppo, e la compagnia lo seguì.
La puzza stava diventando
difficile da sopportare. I cinque camminavano ormai da circa mezz’ora, ma negli
ultimi dieci minuti le strade della città erano lentamente sparite, diventando
progressivamente degli stretti sentieri che aprivano la via in mezzo a veri e
propri cumuli di rifiuti. Mattoni, sacchi di paccottiglia, vecchi oggetti di arredamento, giocattoli
rotti, avanzi di cibo e oggetti assolutamente impossibili da identificare si
ammassavano ovunque, colando liquidi densi e scuri che formavano rivoli e
piccole pozzanghere sul sentiero. Dopo qualche altro minuto di cammino, lo videro: il pennone svettava in mezzo alla discarica, una sagoma
alta e affusolata, più scura della notte, che si stagliava contro il cielo.
- Fermiamoci qui. Non
conviene avvicinarsi ancora, ci sentirebbero. Provo a dare un’occhiata col
cannocchiale, da quella montagnetta di rifiuti dovrei avere una buona visuale.
Finita la frase, Tom si
inerpicò sulla collinetta con l’agilità di una volpe, e si stese ad osservare
in lontananza.
- Gli piace proprio quel
cannocchiale, eh? Probabilmente durante la notte dormono abbracciati...
La battuta bisbigliata da Kassandra fece
sorridere tutti, anche se la tensione era palpabile. Tom non fece attendere a lungo il suo responso.
- Sono cinque! Cinque
creature, non riesco a capire la razza. Ferme, ai piedi del pennone. Forse
stanno parlando, non sono riuscito a vedere molto altro.
- Dobbiamo avvicinarci
ancora...
- No, faremmo troppo rumore,
tutti insieme. Un nano guerriero e un paladino con delle armature che da sole
sono più pesanti di me, non sono di certo l’emblema della furtività. Io e
Kassandra però possiamo avvicinarci di più. Faremo attenzione; in ogni caso, di
certo da qui non possiamo fare molto. Voi tre rimanete qua, e preparate le
armi. Abbiamo i fischietti.
Silgor ci pensò un attimo;
il piano aveva senso. E comunque, a nessuno veniva in mente qualcosa di
migliore. L’elfo tentò un suggerimento, anche se immaginava già la risposta.
- Potremmo osservare la
situazione, se ci lasci il tuo cannocch...
- Ah, no! È fuori
discussione. Il cannocchiale viene con me. Allora, andiamo? Probabilmente hanno
già iniziato a parlare di noi...
I due cugini si guardarono con un cenno di intesa, poi
Kassandra si avvicinò all’halfling, ed entrambi si allontanarono nell’oscurità
con passi leggeri silenziosi. Silgor, Dwinar, Enomis e Nethys rimasero da soli.
L’elfo si era accovacciato, e accarezzava lentamente il gatto, ripetendo
mentalmente le formule dei suoi incantesimi più utili. I due guerrieri erano
rimasti in piedi, le mani posate sulle impugnature delle loro armi, le orecchie
tese verso il buio in direzione del pennone. Probabilmente uno scambio di parole avrebbe rilassato un po' gli animi ed allentato la tensione, ma nessuno osava fiatare,
sia per paura di essere sentito, sia per timore di non sentire un eventuale
richiamo d’aiuto; gli unici rumori erano quelli, lontani, della città.
All’improvviso, un grido sordo di dolore squarciò il
silenzio; in un attimo, i tre riconobbero la voce di Tom, e si scagliarono
d’istinto verso l’origine del suono, che aveva solo fatto scattare i loro
muscoli già tesi.
Pochi secondi dopo
raggiunsero l’halfling visibilmente scosso, tenuto in braccio da Kassandra:
aveva due frecce piantate nel petto, e parlava a fatica.
- Era una trappola. Sono
solo delle sagome! Ci siamo fatti fottere da delle cazzo di sagome di cartone!
Dietro alla collina c’erano due.... cosi. Non ho idea di cosa fossero,
sembravano dei gorilla, erano piuttosto grossi, e ricoperti di pelo, o almeno
mi è sembrato. Di sicuro non possiamo andare lì a combatterli, già qui l’acqua
vi arriva alle ginocchia, là sareste immersi fino al costato.
Effettivamente l’acquitrino
era diventato particolarmente profondo, tanto che Silgor era ormai costretto a
tenere il gatto sulle spalle. Non appena Tom indicò il punto in cui aveva visto
i nemici, l’elfo provò a sporgersi per scagliare un dardo incantato, ma non vide nessuno.
L’atmosfera era tornata ad essere calma, in modo quasi surreale. I cinque
continuavano a guardarsi intorno, per captare qualsiasi rumore o movimento, ma
nulla sembrava accadere. Alla fine, Enomis prese la parola.
- Ci hanno teso
un’imboscata, e probabilmente Saul era un complice. La soffiata che ci ha dato
probabilmente era solo un pretesto. Comunque, per fortuna ce la siamo cavata.
Adesso però faremmo meglio a tornare, e credo proprio che il vecchio ci dovrà
delle spiegazioni. Se siete d’accordo, io direi che non abbiamo più nulla da
fare qui.
Gli altri quattro compagni si guardarono e annuirono, a
malincuore; anche se erano tutti vivi, la missione sembrava essere stata un
fallimento. E soprattutto, anche se nessuno osava dirlo, stavano tutti pensando
la stessa cosa: l’unica persona di cui avevano potuto fidarsi, in quella città
di criminali, probabilmente aveva appena tentato di ucciderli. Ora erano soli.
Lentamente, iniziarono ad avviarsi verso la città,
camminando a fatica nell’acquitrino paludoso. Quando, all’improvviso, un rumore
alle loro spalle fece gelare il sangue a tutti.
Ebbero appena il tempo di vederli, mentre si scagliavano
su di loro, tutti insieme. Quattro creature immonde si erano alzate dall’acqua
e stavano correndo all’attacco. Sembravano degli enormi ratti, ma la postura
era quella di un umano, in piedi sulle zampe posteriori. Tutto il corpo era
ricoperto da un folto pelo ispido, incrostato di sporco e fango. Gli occhi,
piccoli, rossi e incavati, e la bocca enorme, colante di bava e piena di denti
appuntiti, conferivano al muso una smorfia animalesca e malvagia. Al fondo delle
braccia muscolose, le mani terminavano in artigli affilati, che balenavano alla
luce della luna. Dai pochi stracci che li coprivano spuntava, al fondo della
schiena, una lunga coda rosa, liscia, sottile, che si muoveva frenetica.
Nessuno capì subito di che
creature si trattasse, e tutta la compagnia fu costretta a difendersi come
poteva. Uno dei mostri saltò addosso a Tom, addentandolo con un morso vicino al
collo. Un altro impegnò Enomis poco più avanti. Dwinar combatteva al fianco dell’halfling,
due contro due, mentre Kassandra era stata avvicinata dall’ultimo degli
avversari. Silgor, poco più indietro, era stato l’ultimo a reagire, e tentò di
lanciare un incantesimo di attacco, senza successo. Il combattimento era
concitato, e i mostri sembravano immuni a molti degli attacchi della compagnia;
finchè Kassandra capì contro cosa stavano combattendo.
- Sono ratti mannari! Le
armi normali non sono efficaci, l’argento li ferisce! Questi bastardi si
rigenerano, ragazzi. Silgor, bruciali! Bruciali tutti!
Il ranger indietreggiava e tentava di colpire il ratto
davanti a lei con delle frecce, ma quando ci riuscì il risultato non fu
incoraggiante. Il mostro, colpito alla spalla, si fermò per un istante, e con un ghigno quasi divertito estrasse
la freccia dalla ferita, che si rimarginò all’istante. Nel frattempo aveva
raggiunto Silgor, e lo addentò violentemente alla spalla.
Il mago urlò di dolore, provò a indietreggiare, e
tenendosi la ferita dolorante cercò nuovamente la concentrazione. Focalizzò
davanti a sè i due ratti che combattevano contro Tom e Dwinar; l’halfling
sembrava privo di sensi, a terra. Alzò le mani verso i mostri, e non appena la
sua voce terminò di pronunciare le parole dell’incantesimo, un enorme cono di
fiamme si sprigionò dalla punta delle sue dita.
L’odore di carne bruciata si stava spargendo nel campo di
battaglia, e Silgor ebbe appena il tempo di constatare il successo del suo
attacco, prima che un pugnale gli si conficcasse nel fianco. Con un lamento,
cadde riverso nell’acquitrino.
Mentre il combattimento infuriava intorno a lui, Silgor
era completamente privo di sensi. Gli parve di vedere, ad un certo punto, una
luce accecante, e per un attimo sentì che il suo corpo stava riprendendo
vigore. Aprì gli occhi a fatica, ma l’unica cosa che riuscì a mettere a fuoco fu
una specie di puntino nero che cadeva dal cielo, e sembrava avvicinarsi
velocemente. Il masso lo colpì dritto in testa, spingendolo nuovamente nel
coma.
Quando si svegliò, era tutto
finito.
Il mago si ritrovò seduto
nell’acquitrino, frastornato, e si accorse con sorpresa di non sentire più
alcun dolore. Guardò Kassandra, che era china su di lui, e capì che gli aveva
appena fatto bere una pozione curativa. La ringraziò con un cenno della testa.
Poi si guardò intorno: nell’acqua si intravedevano tre cadaveri, ma non ci mise
molto a capire che nessuno di loro era uno dei suoi compagni. Li vide tutti lì,
nelle vicinanze; Dwinar si aggirava sul campo di combattimento, mentre gli
altri erano fermi e sembrava che stessero parlando con... due persone. Fu
allora che se ne accorse: c’erano altre due persone che non aveva mai visto
prima. Uno era un elfo, ma era molto diverso da quelli con cui Silgor aveva
vissuto durante l’infanzia. La pelle era più scura, e coperta di tatuaggi.
L’abbigliamento era simile a quello di un ranger; probabilmente veniva dalle
foreste del Sud. Sulla sua spalla era poggiato un falcone grigio. L’altro personaggio era una donna; umana, vestiva l’armatura
tipica dei chierici. I capelli biondi chiarissimi, quasi bianchi,
incorniciavano un viso dai lineamenti gentili, impreziosito da due occhi verde smeraldo. Silgor si avvicinò al resto del
gruppo, appena in tempo per sentire le presentazioni.
- Credo di dovervi delle
spiegazioni. Io sono Kwava, della compagnia degli Shin'Rakorath. Seguivo i
vostri spostamenti da un po’, e in particolare quelli del vostro capo, Saul
Vankaskerkin. Sospetto che abbia dei contatti con un elfo malvagio che sto
cercando da molto tempo, qui a Riddleport. Per fortuna io e la mia compagna di
viaggio Fenicia siamo riusciti a salvarvi dall’imboscata; ve la stavate vedendo
piuttosto brutta.
- Già. Come ha già detto
lui, io sono Fenicia. L’ho accompagnato nella parte finale del suo viaggio, e negli
utlimi giorni vi siamo stati quasi sempre dietro. Tra l’altro, è un piacere
incontrarvi, ormai siete delle celebrità in città.
- Beh, grazie di tutto. Se
non sbaglio sei un chierico, immagino di dover ringraziare te per...
Silgor stava per finire la
frase, ma la conversazione fu interrotta da un grido di Dwinar. Il nano aveva
trovato qualcosa su uno dei cadaveri.
- Ehi... Ehi, gente, credo
di aver trovato un indizio. Non si capisce niente in realtà, ma credo che possa
essere utile...
Nelle mani aveva un piccolo
foglietto spiegazzato. La lingua in cui era scritto era comune, ma le parole
sembravano provenire da un gergo sconosciuto.
Il mio vecchio truzzo moncato sta allargando Campossolo. Dovranno
confondersi in loco alla cala tenebra stessa. Fateli fuori e non fatevi beccare
dai polli. Arraffate i chicchi e tenete i becchi, così vi scucio il ferro
restante e poi vi riprendo nel covolo.
Mentre tutti si guardavano a
vicenda, visibilmente spaesati, sul volto di Tom si dipinse un sorrisino furbo.
- È il gergo dei ladri. Per
farla breve, c’è scritto che Saul ci avrebbe mandati qui per farci uccidere.
Credo proprio che i nostri dubbi siano appena diventati certezze.
Gli sguardi si abbassarono,
mentre tutti si rendevano conto di cosa voleva dire ciò che avevano appena
scoperto. Non avevano più un posto sicuro dove dormire, non avevano più un
lavoro, non avevano nulla. E ormai era tardi, e la stanchezza cominciava a
farsi sentire. Capirono che non sarebbero nemmeno potuti tornare alla bisca, a
prendere le poche cose che avevano lasciato nelle loro stanze; la prima cosa da
fare era cercare un altro posto dove passare la nottata. Il silenzio, carico di
tensione e preoccupazione, fu rotto da Kwava.
- Immagino che a questo
punto per voi non sia sicuro tornare alla bisca. Ho un piccolo accampamento
poco fuori dalla città; non ci sono stanze da re, ma credo che non possiate
farvi troppi problemi. Del resto, è stata una nottata quantomeno pesante, e
siamo tutti stanchi. Seguitemi, vi faccio strada.
Detto ciò, l’elfo si avviò
con passo sicuro, seguito ben presto dal resto del gruppo. Silgor stette fermo
per un po’, ripensando al pericolo che aveva corso quella notte, e si rese
conto di dovere la vita alla nuova arrivata; si guardò la spalla sinistra, e si
accorse che nel frattempo era diventata gonfia e violacea, e l’ematoma si stava
diffondendo al braccio e al petto: stranamente, però, non sentiva alcun dolore.
Con la mente affollata di pensieri,
si affrettò per non rimanere indietro.