<Infine, il momento é giunto.>
Dwinar strinse le mani guantate attorno all'impugnatura della sua ascia; cuoio scricchiolò nell'aria colma del vociferare degli uomini, del crepitio dei fuochi dei bivacchi dell'accampamento, dei fumi provenienti da enormi pentole metalliche e dalle pire funerarie.
Strinse gli occhi per scrutare meglio attraverso i densi fumi che si levavano alti nel cielo nuvoloso e al sottile velo di nebbia che si librava ad un metro da terra per tutta la valle. Controllò un'ultima volta ma ne era certo: il nemico era arrivato.
Anche gli osservatori sulle torri videro.
Prima ancora che potesse avvertire i suoi compagni, campane cominciarono a suonare ovunque nell'accampamento; prima una, poi una seconda, una terza, fino a che non fu più possibile determinare quante fossero.
La calma dell'accampamento fu inghiottita dal caos: tutti si fiondarono verso le proprie tende, a raccogliere il proprio equipaggiamento e a prepararsi per la battaglia; scudieri aiutarono i propri cavalieri ad indossare le loro armature sopra la pesante cotta di maglia, fabbri cominciarono a lavorare con più fervore, clangori metallici si levarono da tutto il campo e nel giro di pochi minuti si formarono le prime linee di soldati.
Dwinar si lanciò verso le prime file, famose per le scarsissime probabilità di sopravvivenza... e per i guerrieri nanici più potenti di tutto l'accampamento.
Cotta di maglia in acciaio, armatura pesante completa in mithril, ascie da guerra e scudi neri con sopra dipinto lo stemma della propria casata, elmo a celata abbassata, nessuna parola.
Assaltatori d'Elìte, punta di diamante dell'esercito nanico: silenzio assoluto, nessun grido prima della morte, nessun rimorso prima di prendere una vita. Quando caricano, si muovono come un unico corpo fatto di metallo e carne, una fortezza mobile da sfondamento, carica ferale da macellazione.
Vapore caldo sbuffava fuori dagli elmi scuri deformati da battaglie passate, l'unico rumore emesso erano i pesanti respiri desiderosi di sangue.
Quando l'ordine fu gridato dai comandanti, la carica partì.
Dwinar scattò in avanti in perfetta sincronia con i suoi compagni, i suoi fratelli d'arme; la muraglia umana avanzò a velocità impressionante seguita dal resto dell'esercito, la terra tremò sotto i passi pesanti dei nani.
Dall'altro lato della valle, migliaia e migliaia di luride creature restavano in attesa, nessuna tattica, nessuna strategia, nessuna formazione, soltanto urla disumane, bestemmie e insulti, grugniti e versi demoniaci: orchi, goblin, bestie e mostri di ogni tipo riempivano le fila nemiche; creature infernali, oscure.
Quando la carica degli Assaltatori raggiunse il nemico, le sorti della battaglia apparvero chiare.
L'Elìte di nani penetrò fino al centro della formazione nemica come un coltello nel burro caldo, grida si levarono alte nel cielo, nubi rossastre fuoriuscivano dai nemici abbattuti, il terreno divenne fango sanguinolento, archi di sangue nero venivano dipinti dal vorticare delle ascie naniche.
Dalla distanza, enormi baliste massacravano i mostri con mastodontici pali di legno e ferro, ormai per loro non vi era più speranza.
A battaglia conclusa, straordinariamente con poche perdite, l'esercitò levò un canto trionfale e tornò all'accampamento per i giusti festeggiamenti. Quella guerra che ormai si protraeva da diversi mesi, era ormai conclusa. Dopo questa vittoria, i nani avrebbero eretto un'immensa barriera per proteggere le proprie terre dagli assalti di quelle creature, finalmente avrebbero potuto vivere in pace.
Quella notte giunsero musicisti e cortigiane dai villaggi vicini, musiche di ogni tipo si mescolavano, l'aria odorava di vino e birra e sidro e di carni speziate arrostite.
Dwinar si godeva il meritato riposo un po' in disparte, non desiderava altro che tornare dalla sua Azmòra, la sua amata, che lo stava aspettando preoccupata ormai da troppo tempo. Era sicuro: appena tornato, l'avrebbe sposata; era la donna giusta, l'unica che abbia mai amato davvero, l'unica che l'abbia davvero capito. Senza di lei, non gli restava nulla. Avrebbe sotterrato l'ascia da guerra per diventare un fabbro o magari un minatore e avrebbe avuto dei bambini; non desiderava altro che stare al suo fianco fino a che la vecchiaia non si fosse preso la sua vita.
Cominciò come un suono ritmico quasi impercettibile e pian piano divenne sempre più forte e udibile, poi emerse dalle tenebre e Dwinar vide: messaggero a cavallo... no...Non un soldato, un ragazzo, accasciato sul dorso dell'animale. Quando la montatura si fermò vicino al nano, il ragazzo cadde, dalla sua schiena spuntava una freccia nera, un dardo goblin. Dwinar la prese saldamente e la spezzo, dopodiché girò il ragazzo e lo riconobbe: era Corren, il figlio del fabbro del suo villaggio.
<Qui c'é bisogno di un cerusico! Presto! Corren, svegliati figliolo, parlami... Dimmi che cosa é successo!>
Dopo qualche secondo, il giovane aprì debolmente gli occhi e sussurrò qualche parola: <Villaggio...Az...mora....tr..tr..trappola.....diversivo....tutti morti......>
Poi chiuse gli occhi e non li riaprì più.
Poco dopo giunse un messo ad informare il comandante in carica che svariati villaggi dietro il fronte di guerra erano stati attaccati e distrutti da raid di goblin, la battaglia nella valle era solo un espediente per lasciare le città sguarnite e indifese.
Quando tornò a casa, Dwinar scoprì di non averne più una. Aveva perso tutto: la sua donna, l'amore, il futuro che aveva sognato. Delle abitazioni rimanevano solo più macabri scheletri di pietra sporca di fuliggine, corpi dilaniati dagli uccelli erano sparsi ovunque, l'aria odorava di carne bruciata.
Azmòra non c'era più e la rabbia si impadronì del nano. Avrebbe giurato vendetta, avrebbe ucciso e ucciso e ucciso per il resto della sua vita perché ormai rimaneva solo quello di lui, l'altra parte, quella che voleva vivere in pace, era morta con lei.
Entrò nella fucina devastata dal saccheggio e riaccese la fiamma del forno. Si tolse le massicce placche di mithril e le gettò tra le fiamme, lavorò di mastice e di martello e forgiò una nuova ascia e sulla lama vi incise parole antiche, rune sconosciute, un linguaggio tramandato all'interno del clan Bloodaxe di cui lui solo conosceva il significato.
Dopodiché, andrò ad ubriacarsi.
Ubriaco fradicio si mise a parlare con degli altri nani ammirati dalla fattura della sua ascia, chiesero il significato delle rune che aveva inciso e lui rispose:
<Vi ho inciso il mio messaggio di vendetta: "Nessuna creatura o uomo o essere vivente sfuggirà alla mia vendetta. Nulla sfuggirà alla mia ascia, essa si disseterà con il sangue dei miei nemici. Questa sarà la mia vita.">
Poi se ne andò e non tornò più a quella che un tempo chiamava "casa".
La pioggia cadeva incessantemente , Dwinar, completamente bagnato, trovò rifugio sotto ad un gigantesco albero e lì vi accese un falò per riscaldarsi ed asciugarsi. La luce che il fuoco emetteva era estremamente fioca, riusciva a malapena ad illuminare l'ascia che teneva davanti a sé.
Nella solitudine e nel silenzio della notte spezzato dal picchiettare delle gocce, lesse ancora le parole che aveva inciso: "Nessuno trafisse mai il mio cuore come fece il tuo sguardo la prima volta che ti vidi. Nessun fuoco potrà mai ardere come l'amore che provo per te, nessun dolore sarà mai più grande della tua scomparsa. Questa sarà la mia vita d'ora in poi: vuota e grigia, senza un posto da chiamar casa. Perché eri tu, la mia casa.".
Sulle sue guance, una goccia scivolò e cadde sulla lama. Forse pioggia, forse no.
Bellissimo il finale a sorpresa in cui un uccello gli caga sulla guancia! Quel "forse pioggia forse no" che non dice ma lascia capire... Bello!
RispondiEliminaMaadonna Alex porca puttana
RispondiElimina:D
RispondiEliminaRoba da scriverci su una campagna!!
RispondiEliminaAlex mi inchino!
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