martedì 21 maggio 2013

Imboscata al Pennone

- Dal diario di Silgor -

Riddleport, 22 Calistril 2711 CA

Stasera saremo di nuovo in missione. Il vecchio, Saul, ha scoperto che le principali autorità di Riddleport si incontreranno al calar del sole sotto il pennone; una specie di discarica, da quello che ho capito: quale miglior luogo di ritrovo per quegli scarti della società. Sto iniziando ad averne abbastanza di questa città; qui pare che non esistano leggi, se non quella del più forte, e i suoi stessi governanti sono criminali, pirati, contrabbandieri senza scrupoli. Feccia.
L’ordine dei glifieri continua a ignorare le mie richieste, e non credo che la situazione cambierà; e anche i miei compagni di viaggio stanno iniziando ad infastidirmi. Enomis, il paladino, l’unico ad aver mostrato gentilezza fin dal primo momento, ora sta diventando veramente stucchevole: lo splendente eroe, servitore della legge, che si sente sempre in dovere di mettere d’accordo tutti... Quanto agli altri due, non c’è nemmeno da parlarne. Mai visto un essere più rozzo di quel nano, e Tom, l’halfling, non mi sembra molto più che un ladruncolo di strada. Pensandoci, credo che farei meglio a tornare a casa, tra qualche giorno. Ne parlerò con Kassandra.
Ma forse sono la stanchezza e il malumore a parlare per me: ora devo riposare. Questa sera ci converrà essere svegli e vigili; non ho un buon presentimento in merito alla faccenda...  
Silgor spostò la penna, soffiò lievemente sull’inchiostro appena posato, e chiuse il diario; poi la sua mano si posò su un altro tomo, molto più grande, con una spessa rilegatura in cuoio. Steso sulla branda, rilesse come sempre le descrizioni dettagliate del suo libro degli incantesimi, poi si girò su un fianco e si sforzò di dormire. Non fu difficile, nonostante fossero appena le due di pomeriggio: gli ultimi giorni erano stati tutto fuorchè rilassanti.

- Silgor, cugino, dobbiamo andare.
Le parole di Kassandra lo scossero dal torpore, ed alzandosi l’elfo si accorse di non essersi nemmeno tolto le vesti da mago per dormire. Ancora stordito, si diresse verso la tinozza di acqua poggiata in bagno per rinfrescarsi, dopodichè controllò di avere tutto ciò che gli serviva, raccolse la mazza da sotto il letto, e uscì nel corridoio. Il resto della compagnia era già lì ad aspettarlo.
- Allora, andiamo? Non credo che aspetteranno noi per iniziare la riunione.
- Andiamo. Il pennone non è molto distante, e il crepuscolo è appena iniziato. Dovremmo essere in orario.
Silgor notò che alla parola “pennone” una specie di sorriso attraversò il volto di Tom e del paladino, per un istante. Probabilmente era stata solo una sua impressione.
Dwinar si mosse, in testa al gruppo, e la compagnia lo seguì.

La puzza stava diventando difficile da sopportare. I cinque camminavano ormai da circa mezz’ora, ma negli ultimi dieci minuti le strade della città erano lentamente sparite, diventando progressivamente degli stretti sentieri che aprivano la via in mezzo a veri e propri cumuli di rifiuti. Mattoni, sacchi di paccottiglia, vecchi oggetti di arredamento, giocattoli rotti, avanzi di cibo e oggetti assolutamente impossibili da identificare si ammassavano ovunque, colando liquidi densi e scuri che formavano rivoli e piccole pozzanghere sul sentiero. Dopo qualche altro minuto di cammino, lo videro: il pennone svettava in mezzo alla discarica, una sagoma alta e affusolata, più scura della notte, che si stagliava contro il cielo.
- Fermiamoci qui. Non conviene avvicinarsi ancora, ci sentirebbero. Provo a dare un’occhiata col cannocchiale, da quella montagnetta di rifiuti dovrei avere una buona visuale.
Finita la frase, Tom si inerpicò sulla collinetta con l’agilità di una volpe, e si stese ad osservare in lontananza.
- Gli piace proprio quel cannocchiale, eh? Probabilmente durante la notte dormono abbracciati...
La battuta bisbigliata da Kassandra fece sorridere tutti, anche se la tensione era palpabile. Tom non fece attendere a lungo il suo responso.
- Sono cinque! Cinque creature, non riesco a capire la razza. Ferme, ai piedi del pennone. Forse stanno parlando, non sono riuscito a vedere molto altro.
- Dobbiamo avvicinarci ancora...
- No, faremmo troppo rumore, tutti insieme. Un nano guerriero e un paladino con delle armature che da sole sono più pesanti di me, non sono di certo l’emblema della furtività. Io e Kassandra però possiamo avvicinarci di più. Faremo attenzione; in ogni caso, di certo da qui non possiamo fare molto. Voi tre rimanete qua, e preparate le armi. Abbiamo i fischietti.
Silgor ci pensò un attimo; il piano aveva senso. E comunque, a nessuno veniva in mente qualcosa di migliore. L’elfo tentò un suggerimento, anche se immaginava già la risposta.
- Potremmo osservare la situazione, se ci lasci il tuo cannocch...
- Ah, no! È fuori discussione. Il cannocchiale viene con me. Allora, andiamo? Probabilmente hanno già iniziato a parlare di noi...
I due cugini si guardarono con un cenno di intesa, poi Kassandra si avvicinò all’halfling, ed entrambi si allontanarono nell’oscurità con passi leggeri silenziosi. Silgor, Dwinar, Enomis e Nethys rimasero da soli. L’elfo si era accovacciato, e accarezzava lentamente il gatto, ripetendo mentalmente le formule dei suoi incantesimi più utili. I due guerrieri erano rimasti in piedi, le mani posate sulle impugnature delle loro armi, le orecchie tese verso il buio in direzione del pennone. Probabilmente uno scambio di parole avrebbe rilassato un po' gli animi ed allentato la tensione, ma nessuno osava fiatare, sia per paura di essere sentito, sia per timore di non sentire un eventuale richiamo d’aiuto; gli unici rumori erano quelli, lontani, della città.
All’improvviso, un grido sordo di dolore squarciò il silenzio; in un attimo, i tre riconobbero la voce di Tom, e si scagliarono d’istinto verso l’origine del suono, che aveva solo fatto scattare i loro muscoli già tesi.
Pochi secondi dopo raggiunsero l’halfling visibilmente scosso, tenuto in braccio da Kassandra: aveva due frecce piantate nel petto, e parlava a fatica.
- Era una trappola. Sono solo delle sagome! Ci siamo fatti fottere da delle cazzo di sagome di cartone! Dietro alla collina c’erano due.... cosi. Non ho idea di cosa fossero, sembravano dei gorilla, erano piuttosto grossi, e ricoperti di pelo, o almeno mi è sembrato. Di sicuro non possiamo andare lì a combatterli, già qui l’acqua vi arriva alle ginocchia, là sareste immersi fino al costato.
Effettivamente l’acquitrino era diventato particolarmente profondo, tanto che Silgor era ormai costretto a tenere il gatto sulle spalle. Non appena Tom indicò il punto in cui aveva visto i nemici, l’elfo provò a sporgersi per scagliare un dardo incantato, ma non vide nessuno. L’atmosfera era tornata ad essere calma, in modo quasi surreale. I cinque continuavano a guardarsi intorno, per captare qualsiasi rumore o movimento, ma nulla sembrava accadere. Alla fine, Enomis prese la parola.
- Ci hanno teso un’imboscata, e probabilmente Saul era un complice. La soffiata che ci ha dato probabilmente era solo un pretesto. Comunque, per fortuna ce la siamo cavata. Adesso però faremmo meglio a tornare, e credo proprio che il vecchio ci dovrà delle spiegazioni. Se siete d’accordo, io direi che non abbiamo più nulla da fare qui.
Gli altri quattro compagni si guardarono e annuirono, a malincuore; anche se erano tutti vivi, la missione sembrava essere stata un fallimento. E soprattutto, anche se nessuno osava dirlo, stavano tutti pensando la stessa cosa: l’unica persona di cui avevano potuto fidarsi, in quella città di criminali, probabilmente aveva appena tentato di ucciderli. Ora erano soli.
Lentamente, iniziarono ad avviarsi verso la città, camminando a fatica nell’acquitrino paludoso. Quando, all’improvviso, un rumore alle loro spalle fece gelare il sangue a tutti.

Ebbero appena il tempo di vederli, mentre si scagliavano su di loro, tutti insieme. Quattro creature immonde si erano alzate dall’acqua e stavano correndo all’attacco. Sembravano degli enormi ratti, ma la postura era quella di un umano, in piedi sulle zampe posteriori. Tutto il corpo era ricoperto da un folto pelo ispido, incrostato di sporco e fango. Gli occhi, piccoli, rossi e incavati, e la bocca enorme, colante di bava e piena di denti appuntiti, conferivano al muso una smorfia animalesca e malvagia. Al fondo delle braccia muscolose, le mani terminavano in artigli affilati, che balenavano alla luce della luna. Dai pochi stracci che li coprivano spuntava, al fondo della schiena, una lunga coda rosa, liscia, sottile, che si muoveva frenetica.
Nessuno capì subito di che creature si trattasse, e tutta la compagnia fu costretta a difendersi come poteva. Uno dei mostri saltò addosso a Tom, addentandolo con un morso vicino al collo. Un altro impegnò Enomis poco più avanti. Dwinar combatteva al fianco dell’halfling, due contro due, mentre Kassandra era stata avvicinata dall’ultimo degli avversari. Silgor, poco più indietro, era stato l’ultimo a reagire, e tentò di lanciare un incantesimo di attacco, senza successo. Il combattimento era concitato, e i mostri sembravano immuni a molti degli attacchi della compagnia; finchè Kassandra capì contro cosa stavano combattendo.
- Sono ratti mannari! Le armi normali non sono efficaci, l’argento li ferisce! Questi bastardi si rigenerano, ragazzi. Silgor, bruciali! Bruciali tutti!
Il ranger indietreggiava e tentava di colpire il ratto davanti a lei con delle frecce, ma quando ci riuscì il risultato non fu incoraggiante. Il mostro, colpito alla spalla, si fermò per un istante, e con un ghigno quasi divertito estrasse la freccia dalla ferita, che si rimarginò all’istante. Nel frattempo aveva raggiunto Silgor, e lo addentò violentemente alla spalla.
Il mago urlò di dolore, provò a indietreggiare, e tenendosi la ferita dolorante cercò nuovamente la concentrazione. Focalizzò davanti a sè i due ratti che combattevano contro Tom e Dwinar; l’halfling sembrava privo di sensi, a terra. Alzò le mani verso i mostri, e non appena la sua voce terminò di pronunciare le parole dell’incantesimo, un enorme cono di fiamme si sprigionò dalla punta delle sue dita.
L’odore di carne bruciata si stava spargendo nel campo di battaglia, e Silgor ebbe appena il tempo di constatare il successo del suo attacco, prima che un pugnale gli si conficcasse nel fianco. Con un lamento, cadde riverso nell’acquitrino.
Mentre il combattimento infuriava intorno a lui, Silgor era completamente privo di sensi. Gli parve di vedere, ad un certo punto, una luce accecante, e per un attimo sentì che il suo corpo stava riprendendo vigore. Aprì gli occhi a fatica, ma l’unica cosa che riuscì a mettere a fuoco fu una specie di puntino nero che cadeva dal cielo, e sembrava avvicinarsi velocemente. Il masso lo colpì dritto in testa, spingendolo nuovamente nel coma.
Quando si svegliò, era tutto finito.

Il mago si ritrovò seduto nell’acquitrino, frastornato, e si accorse con sorpresa di non sentire più alcun dolore. Guardò Kassandra, che era china su di lui, e capì che gli aveva appena fatto bere una pozione curativa. La ringraziò con un cenno della testa. Poi si guardò intorno: nell’acqua si intravedevano tre cadaveri, ma non ci mise molto a capire che nessuno di loro era uno dei suoi compagni. Li vide tutti lì, nelle vicinanze; Dwinar si aggirava sul campo di combattimento, mentre gli altri erano fermi e sembrava che stessero parlando con... due persone. Fu allora che se ne accorse: c’erano altre due persone che non aveva mai visto prima. Uno era un elfo, ma era molto diverso da quelli con cui Silgor aveva vissuto durante l’infanzia. La pelle era più scura, e coperta di tatuaggi. L’abbigliamento era simile a quello di un ranger; probabilmente veniva dalle foreste del Sud. Sulla sua spalla era poggiato un falcone grigio. L’altro personaggio era una donna; umana, vestiva l’armatura tipica dei chierici. I capelli biondi chiarissimi, quasi bianchi, incorniciavano un viso dai lineamenti gentili, impreziosito da due occhi verde smeraldo. Silgor si avvicinò al resto del gruppo, appena in tempo per sentire le presentazioni.
- Credo di dovervi delle spiegazioni. Io sono Kwava, della compagnia degli Shin'Rakorath. Seguivo i vostri spostamenti da un po’, e in particolare quelli del vostro capo, Saul Vankaskerkin. Sospetto che abbia dei contatti con un elfo malvagio che sto cercando da molto tempo, qui a Riddleport. Per fortuna io e la mia compagna di viaggio Fenicia siamo riusciti a salvarvi dall’imboscata; ve la stavate vedendo piuttosto brutta.
- Già. Come ha già detto lui, io sono Fenicia. L’ho accompagnato nella parte finale del suo viaggio, e negli utlimi giorni vi siamo stati quasi sempre dietro. Tra l’altro, è un piacere incontrarvi, ormai siete delle celebrità in città.
- Beh, grazie di tutto. Se non sbaglio sei un chierico, immagino di dover ringraziare te per...
Silgor stava per finire la frase, ma la conversazione fu interrotta da un grido di Dwinar. Il nano aveva trovato qualcosa su uno dei cadaveri.
- Ehi... Ehi, gente, credo di aver trovato un indizio. Non si capisce niente in realtà, ma credo che possa essere utile...
Nelle mani aveva un piccolo foglietto spiegazzato. La lingua in cui era scritto era comune, ma le parole sembravano provenire da un gergo sconosciuto.
Il mio vecchio truzzo moncato sta allargando Campossolo. Dovranno confondersi in loco alla cala tenebra stessa. Fateli fuori e non fatevi beccare dai polli. Arraffate i chicchi e tenete i becchi, così vi scucio il ferro restante e poi vi riprendo nel covolo.
Mentre tutti si guardavano a vicenda, visibilmente spaesati, sul volto di Tom si dipinse un sorrisino furbo.
- È il gergo dei ladri. Per farla breve, c’è scritto che Saul ci avrebbe mandati qui per farci uccidere. Credo proprio che i nostri dubbi siano appena diventati certezze.
Gli sguardi si abbassarono, mentre tutti si rendevano conto di cosa voleva dire ciò che avevano appena scoperto. Non avevano più un posto sicuro dove dormire, non avevano più un lavoro, non avevano nulla. E ormai era tardi, e la stanchezza cominciava a farsi sentire. Capirono che non sarebbero nemmeno potuti tornare alla bisca, a prendere le poche cose che avevano lasciato nelle loro stanze; la prima cosa da fare era cercare un altro posto dove passare la nottata. Il silenzio, carico di tensione e preoccupazione, fu rotto da Kwava.
- Immagino che a questo punto per voi non sia sicuro tornare alla bisca. Ho un piccolo accampamento poco fuori dalla città; non ci sono stanze da re, ma credo che non possiate farvi troppi problemi. Del resto, è stata una nottata quantomeno pesante, e siamo tutti stanchi. Seguitemi, vi faccio strada.
Detto ciò, l’elfo si avviò con passo sicuro, seguito ben presto dal resto del gruppo. Silgor stette fermo per un po’, ripensando al pericolo che aveva corso quella notte, e si rese conto di dovere la vita alla nuova arrivata; si guardò la spalla sinistra, e si accorse che nel frattempo era diventata gonfia e violacea, e l’ematoma si stava diffondendo al braccio e al petto: stranamente, però, non sentiva alcun dolore.
Con la mente affollata di pensieri, si affrettò per non rimanere indietro.

6 commenti:

  1. Etto non so che dire, sono onorato che una cosa del genere sia stata scritta in riferimento ad una giocata effettivamente fatta tra noi!

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  2. Ma poi vogliamo mettere, se continuiamo così ci scappa un romanzo!! Altrochè balle!

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    1. Magari lo faccio anche con le altre giocate, poi le mettiamo tutte insieme, vediamo... Comunque grazie zio :)

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  3. Cugino, sta venendo fuori una cosa bellissima! Ma davvero ragazzi..io non ho parole!!

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