- dopo essersi ripresi dalle ferite subite la notte precedente la compagnia e Samaritha partono alla volta della punta ovest dell'isola
- lungo la strada incontrano quattro uomini di Clegg Zincher, che però riescono ad evitare grazie all'ingegno di Silgor
- arrivati alla punta ovest notano un faro diroccato su uno scoglio, collegato all'isola solo tramite un ponte di legno marcio
- Tom lo attraversa
- Fenicia tentando di raggiungerlo provoca inavvertitamente il crollo di buona parte della struttura e viene salvata dalla caduta mortale grazie ad un incantesimo di levitazione prontamente lanciato da Samaritha
- Tom decide quindi di inoltrarsi da solo nel faro per vedere cosa ci sia di interessante, trova però soltanto un nido di millepiedi giganti, che sveglia e dal quale riesce a fuggire grazie alle sue doti di agile ladro
- la compagnia decide quindi di tornare verso Lucestregata e dopo qualche dibattimento opta per dirigersi verso quello che ormai ha capito essere il campo di Clegg Zincher
- qui ha modo di conoscere Akron Erix e quello che rimane degli uomini del Vicario di Riddleport
- dopo una tesa conversazione con il Vicario riescono ad ottenere un ingaggio e un posto per la notte
- Dwinar, ubriaco, sfida Akron ma perde contro se stesso non riuscendo a sferrare nemmeno un colpo
- alcuni membri notano qualcosa di strano in Clegg, come se fosse assoggettato ad un incantesimo di charme
- anche Akron Erix nasconde qualcosa e sembra interessato alla sopravvivenza della compagnia e alle loro osservazioni
- dopo aver riposato e dopo un breve colloquio con Glegg la compagnia parte alla volta del cratere, qui cercherà di catturare vivo un akata e prendere più noqual possibile
Un'alabarda, una spada, un arco, un bastone, ed un cannocchiale (ormai disperso negli abissi dell'oceano)
martedì 12 novembre 2013
Dodicesima giocata: 11 novembre 2013
Gomito del Diavolo, 15 Pharast 2711 CA
Undicesima giocata: 11 ottobre 2013
Gomito del Diavolo, 14 Pharast 2711 CA
- attacco degli akata con conseguente crollo della torre
- muoiono tutti glifomanti sopravvissuti tranne Smaritha
- molti pezzi dell'equipaggiamanto dei membri della compagnia vengono persi in mare
- allestito accampamento di fortuna nel bosco a notte inoltrata
lunedì 7 ottobre 2013
Decima giocata: 30 settembre 2013
Gomito del Diavolo, 14 Pharast 2711 CA
- approdati sull'isola i membri nella compagnia incontrano Gravin Magliodoro e alcuni superstiti delle gasofficine che fuggono spaventati sulla nave del capitano Jasper Creesy
- lungo la strata per la torre sul promontorio principale dell'isola si scontrano con alcuni millepiedi giganti
- giunti a Lucestregata e dopo aver avuto un incontro ravvicinato con un gruppetto di Zombi del Vuoto e scoperto alcune informazioni esaminandoli, vengono fatti salire su una torre nella quale si sono rifugiati i superstiti dei glifomanti, e tra essi Samaritha Beldusk. Il tempo di scambiarsi qualche informazione e stendersi per riposarsi per la notte che alcuni strani rumori allertano la compagnia
venerdì 4 ottobre 2013
Nelle Tenebre
E insomma, guardate un po' cos'ho ritrovato tra i vecchi documenti del computer.... un racconto lasciato a metà! :)
- Un attimo ragazzi, qui non si vede niente. Senza una
torcia non andiamo da nessuna parte.
Nell’oscurità della caverna, persino gli acuti occhi
degli elfi non riuscivano a distinguere nulla.
- Enomis... Enomis, dove sei? Avvicinati un secondo, e allungami
la tua spada. Mi ci vorrà solo un secondo... Ecco qua, ora va meglio.
Non appena Silgor la toccò con un dito, la lama si accese
come una lanterna. La luce abbagliò per un attimo la compagnia ed illuminò uno
stretto cunicolo di roccia umida, in cui erano stati scavati dei gradini ripidi
che scendavano verso il basso. L’umidità e il muschio rendevano il passaggio
piuttosto scivoloso.
- Ottimo, Silgor. Ora abbiamo la luce. Probabilmente i
passaggi lì sotto saranno parecchio stretti, quindi ci conviene metterci in
fila. La cosa più importante da decidere è chi guida il gruppo e chi sta in
retroguardia.
- Queste caverne... I nani ci sono abituati, non ci serve
luce per vedere. Io sto davanti.
- Bene Dwinar, allora io starò per ultimo, e guarderò le
spalle alla fila. Tom e Silgor, è meglio se voi state al centro del gruppo,
sarete più protetti. Tutti d’accordo? Siamo intesi?
La compagnia si dispose in fila indiana prima di
riprendere il cammino. Dwinar apriva il gruppo, seguito da Kassandra con il suo
arco. Dietro venivano il ladro e il mago; infine, Fenicia teneva una mano al
paladino, che procedeva all’indietro con la spada sguainata in alto,
illuminando il percorso a tutti. Poi ricominciarono a scendere, lentamente,
mantenendo l’equilibrio a fatica sui gradini scivolosi. Un’esclamazione ruppe
il silenzio quando Silgor appoggiò male la caviglia e scivolò, ma la sua caduta
fu subito interrotta dalla cugina. Il silenzio si ristabilì quasi subito. Non
appena Dwinar alzò il piede dall’ultimo scalino, vide un lampo argenteo
sfrecciargli davanti agli occhi, e un tonfo sordo risuonò nella grotta: un
grosso pesce era saltato fuori da una pozza sul pavimento, passando a pochi
centimetri dalla faccia del nano e schiantandosi contro la parete a fianco a
lui. Un moto di stupore percorse la compagnia, mentre gli ultimi cercavano di
sporgersi dai gradini per capire cosa fosse successo. Dwinar tentò di sferrare
un colpo alla bestia, che però sgusciò via sotto le sue mani evitando il
fendente. Mentre il pesce si contorceva per provare ad attaccare di nuovo,
improvvisamente una freccia lo spedì a piantarsi contro il muro di roccia, e
dopo pochi istanti un’altra lo trafisse uccidendolo. Kassandra si avvicinò al
cadavere, riprese le frecce, le pulì un po’ sfregandole a terra e le riinfilò
nella faretra.
- Tutto a posto, era solo un barracuda di palude.
Pensandoci, potrebbero essercene altri nella pozza, è meglio se stiamo
all’erta. Comunque, questo posto è proprio strano!
La stanza in cui erano sbucati non era molto ampia, ed
era occupata per circa metà dalla grossa pozza di acqua salata sul pavimento.
Le piccole conchiglie e alghe presenti sulle pareti fino all’altezza di circa
un metro lasciavano intuire che, durante l’alta marea, la stanza venisse
parzialmente sommersa dall’acqua marina. Del resto, molte di quelle gallerie
sotterranee a Riddleport erano state scavate proprio dall’acqua, nel corso dei
millenni, ed ampliate poi dagli abitanti del luogo. La stanza aveva un’unica
uscita, che immetteva in un altro corridoio buio.
- Bene, rimettiamoci in posizione e proseguiamo. Dobbiamo
tentare di raggiungere Saul, e ha già troppo vantaggio.
La fila indiana si ricompose, Dwinar in testa, ma proprio
mentre anche gli ultimi stavano per lasciare la caverna, un richiamo ruppe il silenzio.
- Ce n’è un altro! Occhio!
Enomis aveva visto la seconda creatura uscire dal
laghetto e strisciare sul terreno diretta verso di loro. Mentre si preparava a
fronteggiarlo, altre due frecce sibilarono nell’aria e si conficcarono nelle
scaglie dell’enorme pesce; il corpo del barracuda si contorse su se stesso per
il dolore, poi si fermò per sempre.
- Cazzo, Kassandra. Oggi ci siamo svegliati col piede
giusto, eh? Non male...
L’elfa tornò nuovamente a raccogliere le due frecce, e le
soppesò con una mano. Poi si girò con un sorriso, e fece l’occhiolino a Enomis.
- Saranno queste due, che sono particolarmente fortunate!
Dai, andiamo...
Mentre passava a fianco a Silgor per rimettersi in fila,
il cugino le diede una pacca sulla spalla. Kassandra sorrise anche a lui,
visibilmente soddisfatta.
Dopo qualche minuto, il gruppo arrivò ad un bivio. Il
corridoio si divideva in due tunnel che si inoltravano nell’oscurità, e che ad
un occhio non allenato sarebbero parsi assolutamente uguali. Kassandra si chinò
a terra ad osservare il terreno, smosse un po’ di terra, poi passò una mano
sulle pareti con tocco esperto; infine, prima di girarsi verso gli altri, emise
il suo verdetto.
- Saul è andato di qua, sbrighiamoci.
- Un momento, un momento... Questa galleria è stata
scavata a mano, non è naturale come le altre, e in più sembra che non ci sia
passato nessuno da moltissimo tempo... Forse dovremmo dare un’occhiata.
Era stato Dwinar a parlare; la sua conoscenza delle rocce
faceva sì che su questo tipo di cose fosse praticamente infallibile.
- Dare un’occhiata? Stiamo inseguendo un tizio che ha
tentato di ucciderci, gli abbiamo già concesso mezz’ora di vantaggio,
nonostante questo sappiamo esattamente dov’è andato, e tu vuoi fermarti a “dare
un’occhiata”? Seriamente, ma che cazzo...?
- Beh, il tunnel è artificiale... Perchè qualcuno
dovrebbe scavare un tunnel artificiale qui sotto? Non dico che debba esserci
nascosto un tesoro... Però dico che è possibile. E a me piacciono i tesori.
- Tesoro? Un momento, ha detto tesoro. Sì, io sono col
nano, decisamente.
- Per Nethys, c’è un solo momento in cui voi due non
pensiate all’oro?
Tom e Dwinar si guardarono con gli occhi spalancati a
sottolineare l’assurdità della domanda. Come se ci fosse stato altro a cui
pensare, a parte l’oro!
- Ok, ok, domanda stupida, probabilmente no. Però,
pensate un attimo al motivo per cui siamo qui. Quel ciccione bastardo ci ha
sfruttati per settimane, ci ha fatti lavorare per lui, e poi ha tentato di
ucciderci; e non l’ha nemmeno fatto da uomo, ma da codardo, mandandoci in una
fottuta trappola. Senza contare il fatto che molto probabilmente ci sarebbe
anche riuscito, ad eliminarci, se non fossero arrivati Kwava e Fenicia ad
aiutarci. Davvero volete lasciarlo
scappare? Davvero non volete fargliela pagare come si deve? Dwinar, davvero non
vuoi infierire sul suo cadavere squartandolo con violenza? Tom, davvero non
vuoi impossessarti di quell’enorme chiave d’ottone che ha al posto del braccio?
Il discorso di Silgor sembrava aver fatto centro; l’elfo
sapeva che, quando si trattava di creature così semplici, far leva
sull’orgoglio e sugli interessi personali era sufficiente a far cambiare
qualsiasi idea, il più delle volte. Dopo qualche bisbiglio e qualche grugnito,
entrambi tornarono al loro posto nella fila, e la compagnia riprese il passo.
Non ci misero molto prima di arrivare ad un secondo
bivio, che però era molto diverso dal precedente. Una puzza di marciume e
sporcizia stagnava nell’ambiente, facendo arricciare le narici a tutti;
inoltre, dal soffitto pendevano delle strane stalattiti di cristallo, bianche e
luminose. Annusando l’aria, Silgor richiamò alla memoria uno dei suoi vecchi
tomi di Storia dei Popoli, e capì con cosa aveva a che fare.
- Ehi, gente, chi di voi sa cos’è un troglodita?
Le occhiate che ricevette gli fecero intuire la risposta.
- Molto bene, allora ascoltatemi attentamente. I
trogloditi sono un antico popolo di rettili antropomorfi, che si stabilì sulla
terra moltissimi anni fa. Anche se sembrano delle bestie, le loro abitudini
tribali e la loro organizzazione in gruppi hanno da sempre affascinato tanto
gli storici quanto i sociol...
- Ehi, ehi, ehi. E’ tutto interessantissimo eh, però
magari... Taglia corto, se riesci.
- Tagliare corto? Tagl...? Oddio, va bene. Questa è puzza
di trogloditi, quindi probabilmente siamo vicini ad una colonia. No, non sono
amichevoli. Sì, sono pericolosi. Sì, dobbiamo fare attenzione. Tutto chiaro?
- ... Cristallino.
Silgor lanciò al nano un’occhiata visibilmente gelida, e
storse la bocca in una smorfia di sdegno; poi, curiosamente, quell’ultima
parola fece tornare la sua attenzione altrove.
Già, a proposito di
cristalli.... Quelli li ho già visti da qualche parte, sono sicuro di averli studiati,
eppure.... Proprio non ricordo....
- Ragazzi, ma... Quei cosi si muovono!
L’osservazione di Kassandra fu quasi inutile, perchè
ormai tutti stavano guardando verso le strane sporgenze. I cristalli sembravano
pulsare di un’energia sconosciuta, e pareva proprio che avessero iniziato a
spostarsi; tutti ci misero un po’ a capire che in realtà le rocce erano solo la
corazza esterna di due grossi vermi, fino ad allora probabilmente addormentati,
e che stavano scendendo verso la compagnia.
Tuttavia la lotta non fu molto impegnativa, anche quando
altri due vermi si aggiunsero ai precedenti strisciando dal tunnel di sinistra:
principalmente, ciò fu dovuto agli interventi di Kassandra. La ranger era
rapidissima, e tempestava le creature con una pioggia di frecce, quasi sempre
colpendo punti vitali; mentre numerosi colpi di Dwinar ed Enomis andavano a
vuoto o si infrangevano contro la corazza cristallina, i dardi sfrecciavano
nell’aria conficcandosi in profondità nella carne dei vermi.
Quando anche l’ultimo cadde, sfinito dai colpi magici di
Silgor, i due cugini si diedero il cinque con un largo sorriso di
soddisfazione.
- Cos’è, ti sei messa a fare tiro al bersaglio di notte
senza dirmi niente? Cavolo ragazzi, visto che roba? Li ha...
- Shhh! Ascoltate.
Alle parole di Dwinar, il mago si zittì. Dalla galleria
di destra arrivavano, sempre più distinti, dei passi, e a poco a poco la puzza
stava aumentando. Enomis ripose la spada nel fodero per nascondere la luce, e
trascinò i compagni dietro una sporgenza in prossimità del bivio, pochi istanti
prima che sei creature orribili, a metà tra uomo e rettile, sbucassero da
dietro l’angolo. Tutti trattenevano il respiro, mentre i sei trogloditi davano
loro le spalle; per il momento, sembravano non essersi accorti di nulla. Enomis
diede un colpetto col gomito a Silgor, con la chiara intenzione di voler
sfruttare l’effetto sorpresa, ma nella mente del mago si stava formando
un’altra idea. Sussurrò pianissimo, sperando di essere sentito solo dai
compagni.
- Non attacchiamo
per primi... Aspettate...
Proprio mentre sembrava che i rettili stessero per
riprendere il cammino, uno dei sei trogloditi alzò una zampa per richiamare
l’attenzione degli altri, e annusò l’aria insistentemente. Poi girò piano il
muso, e non appena posò lo sguardo sugli estranei addossati al muro le cavità
sotterranee risuonarono del suo urlo feroce.
Silgor non ci pensò due volte: sapeva che era l’unica
possibilità che aveva. Con un passo avanti, iniziò a pronunciare delle parole
in draconico, la lingua di quelle immonde creature. Gli altri lo guardavano con
gli occhi sbarrati mentre sentivano strani suoni striduli e sibilanti uscire
dalle sue labbra.
- Non
vogliamo farvi del male, veniamo in pace. Siamo solo di passaggio, e non
intendiamo attaccarvi. Vi prego, fateci passare, non faremo nulla al vostro
clan.
Per un attimo il tempo si fermò, e la speranza che i
rettili si dimostrassero ragionevoli parve possibile. Poi, un altro urlo roco
squarciò l’aria, e i trogloditi imbracciarono le rudimentali armi che avevano
al fianco. Una terribile puzza investì come un’onda i combattenti del gruppo, e
Kassandra parve boccheggiare, ma il paladino se ne accorse e sfiorandola con
una mano carica di energia benefica riuscì a farla riprendere. Silgor vide
Dwinar ed Enomis lanciarsi all’attacco sulle creature più vicine, mentre
Kassandra e Tom caricavano i proiettili per dare supporto dalle retrovie. Il
mago fece un balzo indietro cercando di mettersi al riparo.
- Fermatevi!
Avete ancora una possibilità! Fermatevi o sarete tutti sterminati!
Silgor sapeva che questo secondo tentativo era ancora più
disperato del primo, e mentre parlava si preparava ad attaccare i trogloditi
con un cono infuocato. Proprio mentre stava tentando di concentrarsi per
lanciare l’incantesimo, però, una delle bestie gli fu addosso e lo colpì sul
volto con la mazza; il mago accusò il colpo con un urlo ed indietreggiò di
qualche passo. Uno sguardo al resto del gruppo rivelò che la situazione era
tutt’altro che rosea. Ai sei trogloditi iniziali se ne erano aggiunti degli
altri, e ora il gruppo era in netta inferiorità numerica. Un urlo di Tom
richiamò la sua attenzione.
- Sono troppi! Ritirata! Scappiamo!
Dwinar ed Enomis, circondati dalle bestie, combattevano
come leoni, e anche il piccolo halfling era stato coinvolto in un combattimento
corpo a corpo. Dalle retrovie, altri trogloditi attaccavano i nemici con grosse
lance rudimentali. Fenicia, circondata da un alone dorato, tentava di curare il
gruppo con gli ultimi incantesimi che le rimanevano, e Kassandra bersagliava
con le sue frecce il troglodita davanti a Silgor. Proprio mentre stava per
ricevere un altro colpo dalla creatura, questa cadde a terra con una freccia
conficcata nel collo: ora davanti al mago la via era libera. Silgor chiamò a
raccolta tutta l’energia che gli rimaneva: sapeva che questo sarebbe stato
l’ultimo incantesimo che avrebbe potuto lanciare, ma la situazione era critica.
Ricordando ciò che aveva fatto solo poche ore prima nella bisca, stese le mani
di fronte a sè, si concentrò sulle orde di nemici, e pronunciò la formula. La
sfera di fuoco esplose in mezzo alla caverna e si diresse verso il troglodita
più vicino, la cui carne bruciò scoppiettando. Mentre le urla selvagge delle
bestie riempivano l’aria, Silgor scagliò la palla infuocata verso altri due
trogloditi, vicini a Dwinar; uno dei due riuscì a saltare di lato, ma il calore
lo ridusse comunque in cenere.
La grotta era illuminata a giorno, e la compagnia
combatteva con più energia; Tom era scomparso, ma i due guerrieri continuavano
a dimenarsi al centro della mischia, e il numero di trogloditi continuava ad
abbassarsi con rapidità impressionante. Con la fronte imperlata di sudore per
lo sforzo e per il calore, il mago mosse ancora le mani, e l’enorme palla di
fuoco incenerì altre due bestie, prima di spegnersi definitivamente. Ormai i
trogloditi rimanenti erano pochi, e cadevano sotto i colpi degli altri
combattenti. Silgor vide Enomis tagliare di netto la testa di un troglodita con
tutta la mole del suo spadone a due mani, e Dwinar poco dietro di lui sembrava
posseduto da una furia distruttrice: subito dopo aver ucciso un nemico, era già
addosso ad un altro, instancabile. Il mago lo osservò piantare l’ascia nel
petto ad uno dei rettili e subito dopo lanciare una delle sue bipenni verso un
altro troglodita, colpendolo alla spalla. Pochi istanti dopo, il combattimento
era terminato.
La scena che si presentava era raccapricciante: una
quindicina di trogloditi giacevano a terra morti, con arti o teste mozzate,
frecce conficcate nella carne, o completamente ustionati; il sangue nerastro
continuava a scorrere dai cadaveri, rendendo il terreno già umido ancora più
scivoloso.
La tregua durò poco, perchè un fischio acuto proveniente
dal corridoio di destra richiamò l’attenzione del gruppo.
- Tom! Cazzo...
Tutti tranne Dwinar scattarono in quella direzione.
Camminando in una fanghiglia maleodorante, videro Tom a terra, e vicino a lui
una creatura il cui aspetto ripugnante li lasciò di ghiaccio per un attimo. Un
enorme insetto, simile a uno scarafaggio, dimenava sei zampe sottili e arcuate.
Al posto della testa c’era un’escrescenza simile a un fungo, e la creatura
sembrava emettere vapori velenosi.
lunedì 23 settembre 2013
Nona giocata: 22 settembre 2013
Riddleport, 13 Pharast 2711 CA
- la compagnia viene a conoscenza della corsa al metallo celeste e delle informazioni e leggende riguardo al Gomito del Diavolo, l'isola su cui si è schiantato il meteorite
- ingaggiata tramite Kwava dagli Shin'Rakorat, si adopera a raggiungere l'isola del Gomito del Diavolo
- durante una cena di presentazione conosce il capitano Jasper Creesy e la sua nave, la Nube Volante, che subisce però un sabotaggio da sei uomini, ingaggiati da Clegg Zincher, il cui compito è di impedire a qualunque barca di salpare alla volta del Gomito del Diavolo così da rallentare la corsa al metallo celeste
- la compagnia impedisce il sabotaggio con qualche rischio (Tom e il barracuda di palude) e diversi (opportuni?) spargimenti di sangue
Riddleport, 14 Pharast 2711 CA
- la nave viene riparata con una mattina di lavoro e qualche moneta d'oro per poi partire nel primo pomeriggio alla volta del Gomito del Diavolo
martedì 3 settembre 2013
Introduzione a "Figli del Vuoto"
Sono passate ormai un paio di settimane dal catastrofico tsunami che ha distrutto buona parte del porto e delle case sul mare di Riddleport. La misteriosa ombra nel cielo è sparita e il meteorite che si è abbattuto a largo è stato riconosciuto sia dalla gente comune che dai glifomanti come la causa dei recenti turbamenti.
Nei giorni seguenti alla catastrofe la città, e con essa tutti i vicari, ha dimostrato di essere in grado di combattere le avversità, le stime migliori parlano comunque di ducento vittime. Da parte di chi non è stato ferito direttamente dall'onda non è arrivata molta compassione e per qualche giorno la città è diventata un'occasione ghiotta per saccheggiatori, contrabbandieri e ad altri criminali. Ora però tutti sembrano aver già dimenticato l'accaduto e sono interessati a qualcos'altro... Pare infatti che il meteorite si sia abbattuto in un'isola dalla storia travagliata, il Gomito del Diavolo, e che qui abbia lasciato dei frammenti di un metallo molto noto e piuttosto prezioso che ha portato diversi gruppi di avventurieri a salpare.
Ora, voi siete rimasti qualche giorno all'accampamento di Kwava, dal quale avete potuto osservare al sicuro lo svilupparsi della situazione e visitare Riddleport per concludere qualche buon affare per potervi equipaggiare al meglio. In città si sussurra anche che poco prima dell'impatto qualcuno abbia visto un'elfa oscura, creatura fino ad allora ritenuta leggendaria in tutto il continente, saltare dal glifoportale e atterrare con dolcezza su una barca cento metri più sotto.
Per quanto riguarda la bisca del Goblin d'Oro pare che nel giro di qualche giorno i cittadini di Riddleport si siano accaparrati il terreno per allestire un piccolo mercato di bancarelle. Inoltre, nessuno pare essere preoccupato dalla scomparsa di Saul.
Voi invece avete recuperato tra i diversi libri e registri nella stanza della drow un diario scritto in sottocomune che si riferisce ai diversi ed inusuali accadimenti atmosferici come "effetti collaterali strani ed inspiegabili dovuti al caricamento dei glifi su Gomito del Diavolo" e continua affermando che "sarebbe stato meglio rifinire ulteriormente i glifi per minimizzare tali eclatanti effetti visibili in modo che il nemico non potesse ricevere ulteriori avvertimenti di un impellente apocalisse che non era il caso di rivelare". Il diario va avanti poi a teorizzare che "non appena i glifi verranno attivati la stella verrà trascinata".
Nei giorni seguenti alla catastrofe la città, e con essa tutti i vicari, ha dimostrato di essere in grado di combattere le avversità, le stime migliori parlano comunque di ducento vittime. Da parte di chi non è stato ferito direttamente dall'onda non è arrivata molta compassione e per qualche giorno la città è diventata un'occasione ghiotta per saccheggiatori, contrabbandieri e ad altri criminali. Ora però tutti sembrano aver già dimenticato l'accaduto e sono interessati a qualcos'altro... Pare infatti che il meteorite si sia abbattuto in un'isola dalla storia travagliata, il Gomito del Diavolo, e che qui abbia lasciato dei frammenti di un metallo molto noto e piuttosto prezioso che ha portato diversi gruppi di avventurieri a salpare.
Ora, voi siete rimasti qualche giorno all'accampamento di Kwava, dal quale avete potuto osservare al sicuro lo svilupparsi della situazione e visitare Riddleport per concludere qualche buon affare per potervi equipaggiare al meglio. In città si sussurra anche che poco prima dell'impatto qualcuno abbia visto un'elfa oscura, creatura fino ad allora ritenuta leggendaria in tutto il continente, saltare dal glifoportale e atterrare con dolcezza su una barca cento metri più sotto.
Per quanto riguarda la bisca del Goblin d'Oro pare che nel giro di qualche giorno i cittadini di Riddleport si siano accaparrati il terreno per allestire un piccolo mercato di bancarelle. Inoltre, nessuno pare essere preoccupato dalla scomparsa di Saul.
Voi invece avete recuperato tra i diversi libri e registri nella stanza della drow un diario scritto in sottocomune che si riferisce ai diversi ed inusuali accadimenti atmosferici come "effetti collaterali strani ed inspiegabili dovuti al caricamento dei glifi su Gomito del Diavolo" e continua affermando che "sarebbe stato meglio rifinire ulteriormente i glifi per minimizzare tali eclatanti effetti visibili in modo che il nemico non potesse ricevere ulteriori avvertimenti di un impellente apocalisse che non era il caso di rivelare". Il diario va avanti poi a teorizzare che "non appena i glifi verranno attivati la stella verrà trascinata".
lunedì 24 giugno 2013
Ottava giocata: 23 giugno 2013
Riddleport, 23 Calistril 2711 CA
Riddleport, dal 24 Calistril al 12 Pharast 2711 CA
- lo tsunami si scaglia con una violenza inaudita sul porto di Riddleport, la cittadina è sconvolta dal caos
- Enomis riceve una grazia divina ad un prezzo non ben definito; ciò che si può notare è che è invecchiato di qualche anno. Riesce quindi a sopravvivere allo tsunami perdendo tutto il suo equipaggiamento
- Fenicia si risveglia privata di tutto il suo equipaggiamento su un bordo della baia di Riddleport e va verso la città
- Tom anche si risveglia sulla baia della cittadina portuale e riesce, dopo aver incontrato Enomis, a uccidere uno sciacallo che aveva rubato tutto ciò che aveva e a recuperare quindi le sue cose
- Kassandra e Dwinar vanno a recuperare Silgor, il nano trova un diario particolare scritto in un linguaggio che non riesce a decifrare.
- Silgor diviene ratto mannaro, uno breve scontro contro Kassandra e Dwinar lo mette fuori combattimento
- la compagnia fugge all'accampamento di Kuava per trascorrere la notte
Riddleport, dal 24 Calistril al 12 Pharast 2711 CA
- Fenicia, con l'aiuto di Enomis cura Silgor e Kassandra dalla febbre lurida
- compere varie per la cittadina di Riddleport, ormai in via di assestamento: i più sfortunati sono ormai morti e chi è riuscito a sopravvivere sta cercando un modo per lucrare sugli ultimi accadimenti
mercoledì 12 giugno 2013
Settima giocata: 11 giugno 2013
Riddleport 23 Calistril 2711 CA
- la compagnia, attraverso la botola della bisca, si addentra tra i cunicoli di Riddleport
- le guardie troglodite e qualche barracuda di palude vengono eliminati
- la maggior parte del dungeon viene esplorata
- dopo essere fuggita da due grick la compagnia raggiunge quello che poi si rivelerà essere la base del glifoportale: qui un'elfa oscura che stava tracciando delle strane rune aboleth con un particolare scalpello li attacca assieme ai suoi quattro servi demoniaci, solo però dopo aver tagliato la testa a Saul
- dopo aver sconfitto le quattro guardie demoniache tutti, meno Silgor, iniziano un inseguimento sul glifoportale
- Fenicia, a una ventina di metri dal mare sviene a causa del veleno drow e cade in acqua
- Tom si getta in mare per salvare Fenicia
- Enomis con un gesto suicida si getta dal punto più alto del glifoportale (100 metri sopra il livello del mare) per inseguire la drow, che si era buttata riuscendo a salire su una nave che passava di lì
- anche Silgor sviene
- qualcosa impatta a qualche decina di chilometri da Riddleport, Dwinar e Kassandra riescono a rimanere in bilico sul glifoportale
- uno tsunami di una decina di metri si alza sopra la cittadina
venerdì 7 giugno 2013
Incendio al Goblin d'Oro, Parte 2: "Fuoco e fiamme"
Il sole era allo zenit, e la luce abbagliante si
rifletteva sui tetti di Riddleport e si riversava nelle strade principali. La
brezza fresca che saliva dal mare manteneva mite la temperatura, e in quel
momento la città sembrava quasi un luogo felice. La gente popolava le vie
principali, dal mercato arrivavano le urla dei venditori di pesce, e lo
spettacolo che si presentava era un caleidoscopio di suoni e colori. Certo,
bastava non girare gli occhi verso quei vicoli che rimanevano in ombra anche a
quest’ora del giorno, quelle stradine dimenticate da Dio, dove la notte era
perenne...
La bisca sembrava un locale fantasma. Il portone e tutte le
finestre erano sbarrate da assi, e dall’interno non proveniva un suono; l’intero
Goblin d’Oro pareva immerso in un’atmosfera distaccata dal resto della città.
Silgor diede una rapida occhiata dietro di sè, verso i “mendicanti” di cui
conosceva bene la vera identità, poi si avvicinò di più al portone di legno, e
quando fu a portata bussò energicamente.
Ok, è il mio momento....
Cerchiamo di non fare cazzate. Contano tutti su di me. Si va in scena.
- Sono venuto per consegnare una lettera, è molto
importante. Devo portarla a Saul Vankaskerkin in persona. Vengo per conto di...
Oh cazzo, come si
chiamava il tipo? Zara, Zorba.... Era una roba con la Z.... Ok, non posso
rimanere zitto, devo inventarmi qualcosa....
- ... Zeta. Vengo per
conto di Zeta.
Silgor rimase fermo davanti alla porta, i nervi tesi al
massimo, consapevole della gaffe. All’interno si sentivano solo dei passi
leggeri e affrettati; il mago non aveva idea di cosa stesse succedendo. Proprio
mentre stava per bussare di nuovo, un dolore lancinante alla spalla destra lo
fermò di colpo e gli fece cacciare un rantolo, mentre veniva spinto dentro al portone
che nel frattempo si era socchiuso.
Ma PORCO NETHYS! Per una volta avevamo un
fottuto piano, e non è durato nemmeno trenta secondi! Cazzo, che dolore... Ok, calma
Silgor, forse puoi ancora rimediare...
- Ehi ehi ehi ehi, fermi! Un secondo, un secondo! Io non so
niente! Sono solo un messaggero, niente di più! Mi è stata data questa lettera,
è firmata, controllate di persona! Non ne so nulla, giuro...
L’elfo tirò fuori dalla tasca interna il manoscritto, e lo
aprì davanti agli occhi del primo scagnozzo che vide. Tutti si fermarono,
mentre il ladro osservava la firma. La vita di Silgor era appesa alla sua
abilità di falsario.
- Ok, vieni con me, e non fare scherzi.
Senza dargli la possibilità di alzarsi, il furfante lo
prese per un braccio e lo trascinò dietro di sè. Altri tre ladri li seguivano.
Il pugnale era ancora conficcato nella spalla di Silgor, che faticava a
rimanere lucido a causa del dolore. L’elfo cercava di concentrarsi sulle sue
prossime mosse: giocandosela bene, probabilmente sarebbe riuscito a uscire vivo
da quella situazione. Ma doveva rimanere vigilie, e non poteva più permettersi
scivoloni come quello dell’entrata.
I suoi pensieri, però, furono interrotti bruscamente. Un
boato scosse la stanza, mentre il portone di legno esplodeva verso l’interno della
bisca in una pioggia di scheggie ed assi. La luce penetrò di colpo accecando
per un istante i presenti, che subito dopo videro la figura possente che si
ergeva sulla soglia; per un attimo il tempo si fermò su questa strana immagine,
poi il paladino riprese la sua carica gettandosi sul ladro a lui più vicino con
un urlo selvaggio. L’enorme massa di muscoli e metallo raggiunse il malcapitato
in pochi istanti, e con un gesto rapido e secco Enomis tagliò di netto la testa
del nemico. Il paladino gettò un’occhiata soddisfatta alla testa che volava a
mezz’aria, poi ingaggiò il combattimento con un altro furfante.
Silgor realizzò nello spazio di un secondo che i rinforzi
sarebbero arrivati da lì a poco, e reagì il più velocemente possibile. Con uno
strattone si liberò dalla presa del malvivente, e tentò di allontanarsi
schivando un fendente che gli passò a pochi centimetri dal volto. Poi,
d’improvviso, sentì che il suo corpo veniva pervaso da nuova linfa vitale: con
uno sguardo, si accorse che dalla porta erano entrati anche il nano e la
chierica, e proprio da questa scaturiva una luce intensa.
Bene, ora sono cazzi
amari, belli miei. Non si scherza con un Invocatore.
Il ladro che prima lo trascinava gli era già di nuovo
addosso, e stava per attaccarlo nuovamente. Senza nemmeno pensare, Silgor fece
un lungo balzo all’indietro, e mise le mani davanti a sè. Le parole
dell’incantesimo erano già pronte, le vedeva davanti agli occhi stampate in
caratteri fiammeggianti: gli bastò pronunciarle. Improvvisamente, un’enorme
massa infuocata si formò davanti al mago, assumendo una forma sferica che
cresceva sempre di più; lo scagnozzo di Saul non ebbe nemmeno il tempo di
capire cosa stava succedendo, mentre la palla infuocata, alta come due uomini,
gli si scagliava addosso. Un urlo atroce squarciò la stanza, unito al crepitio
della carne che bruciava; poco dopo, tutto ciò che rimaneva del ladro era un
mucchietto di cenere.
Le pareti di legno della bisca divamparono a contatto con la
gigantesca sfera di fuoco, e in pochi secondi un’intera ala del Goblin d’Oro
stava andando a fuoco. In quel momento, una pioggia di frecce iniziò a cadere
dal sistema di passerelle posto sul soffitto del locale. Mentre i due guerrieri
combattevano dietro di lui e Fenicia manteneva il gruppo in buone condizioni,
Silgor spostò la mano destra verso l’alto, puntando uno degli arcieri; seguendo
perfettamente il movimento dell’arto, il globo incandescente si scagliò sul
nemico, incenerendolo; i drappeggi presenti sul percorso contribuirono a
diffondere le fiamme, prendendo fuoco come fogli di carta in un camino.
Silgor
era pervaso da una furia distruttrice, sentiva il potere della magia che gli
scorreva nelle vene come lava incandescente, vedeva davanti a sè la
devastazione causata dai suoi incantesimi, e ormai l’adrenalina gli offuscava
la ragione. Il suo sguardo incrociò quello di un altro arciere, le sue dita si
alzarono nuovamente, e un largo cono di fiamme si sprigionò all’istante da
esse, dirigendosi verso il malcapitato. Mentre ormai tutta la bisca aveva cominciato
ad ardere, Silgor fu scosso da un grido di Fenicia.
- Qui brucia tutto! Via!
Assi infuocate ormai stavano iniziando a cadere dal
soffitto, e la temperatura nella stanza diventava insostenibile; l’elfo si girò
verso la porta e si diresse verso l’uscita il più rapidamente possibile,
schivando i proiettili incendiati che ormai piovevano dal piano superiore.
Una volta fuori, i quattro ebbero tempo di riprendere fiato.
Ristabilitosi dopo l’ondata di adrenalina, Silgor si asciugò il sudore dalla
fronte; poi alzò lo sguardo, e si accorse che lo stavano guardando tutti con
un’espressione attonita. Pensò un attimo a ciò che era appena accaduto, e si
rese conto che effettivamente non era stata un’impresa da poco.
- Sì beh, forse la situazione mi è un po’ sfuggita di
mano... Però è stato efficace, no?
Mentre tutti lo guardavano, ancora sbalorditi, una figura
piombò dal tetto sopra di loro atterrando proprio accanto all’elfo.
- Ragazzi, ma che cazzo...?
- Kassandra! Beh, è stato Silgor, a quanto pare oggi è
particolarmente ispirato... Stavamo combattendo nella bisca, ma di Saul nemmeno
l’ombra. Tu e Tom dove siete finiti? E a proposito, dov’è Tom?
- Quindi questi sarebbero i nuovi incantesimi di cui mi
avevi accennato? Alla faccia... Comunque siamo riusciti a entrare dal piano di
sopra, e abbiamo visto Saul. Aveva due guardie del corpo, e con lui c’era anche
l’Imp. Ci hanno visti, e siamo scappati, ma Tom stava tentando di rientrare da
un’altra finestra. Ho provato a dirgli che non era una buona idea, ma non c’era
più tempo.
- Ok, cerchiamo di riorganizzarci un secondo. Monitoriamo le
uscite: se Saul cerca di scappare dobbiamo prenderlo. Conviene sorvegliare
anche la porta sul retro. E non credo che dovremo aspettare molto, tra qualche
minuto la bisca sarà una camera ardente...
Tutti capirono che bisognava agire in fretta: ciò che aveva
detto Enomis era vero, la bisca stava per diventare un ammasso di cenere, e non
c’era modo di evitarlo. Con gli occhi fissi sulle fiamme che si levavano sempre
più alte, Silgor sapeva che tutti stavano pensando alla stessa cosa: il gruppo
non era completo, mancava qualcuno, e quel qualcuno era probabilmente rimasto
intrappolato in quell’inferno di fuoco. Dopo qualche minuto Enomis ruppe
nuovamente il silenzio, dando voce ai pensieri del gruppo.
- Basta, io vado a cercarlo. Tom è lì dentro, e più
aspettiamo più crescono le probabilità che non ce la faccia. Dobbiamo entrare e salvarlo. Ora o mai più.
- No no no no, ehi, aspetta un secondo.... È un tentativo
suicida! Quel posto è un forno, non puoi entrarci ora!
- Enomis, se tu vai io ti seguo. Non possiamo aspettare
ancora.
Era stato Dwinar a parlare. Silgor si girò verso Kassandra,
che con uno sguardo eloquente gli fece capire che anche lei era pronta e decisa
a gettarsi tra le fiamme; e il mago sapeva perfettamente che quando sua cugina
si metteva in testa qualcosa, farle cambiare idea era impossibile. Proprio
mentre Enomis si stava per gettare nuovamente nel pieno dell’incendio, con lo
scudo sulla testa, Silgor lo afferrò per un braccio.
- Aspetta.... Se proprio vuoi andare, lascia almeno che ti
aiuti come posso.
L’elfo pronunciò velocemente le parole incantate, e subito
un lieve campo di energia azzurrina si liberò dalla sua mano e circondò Enomis
come un’armatura. Il paladino ringraziò con un cenno della testa, poi si liberò
dalla presa e sparì tra le fiamme. Con un urlo selvaggio, Dwinar balzò dietro
di lui, e dopo un ultimo, rapido sguardo al cugino, anche Kassandra si gettò
nella bisca. Fenicia stava per seguirli, ma Silgor la fermò prendendole una
spalla.
- Aspetta... Non ha senso che andiamo. È davvero un
suicidio, gettarci tra le fiamme per morire bruciati non aiuterà nessuno. Sei
una chierica, no? Allora aiutami a pregare per loro. Forse servirà a qualcosa.
La chierica lo guardò, poi si girò verso l’incendio. Poco
dopo, la bisca ormai divorata dalle fiamme collassò su se stessa, crollando
completamente. La stretta di Silgor si allentò.
- Beh, magari... Magari sono riusciti a salvarsi. In ogni
caso, ora non possiamo fare altro che aspettarli qui... Maledizione, possibile
che non riusciamo a fare nulla? Che senso ha avere il potere di evocare
incantesimi, se poi non servono...
Silgor abbassò lo sguardo, pensando che erano stati proprio
i suoi incantesimi a causare tutto quello. Un moto di orgoglio gli si
riaffacciò nel cuore, ma fu subito sommerso dalla consapevolezza e dal senso di
colpa. L’elfo si sedette a terra, la testa tra le mani.
- Ehi... Non starai mica pensando che è colpa tua, vero?
Smettila, dai, stavamo combattendo, e anzi devo dire che non sei stato niente
male! E poi quel bastardo voleva uccidervi tutti, bruciargli la bisca mi sembra
il minimo che potevate fargli, no?
- Sì beh, da un certo punto di vista hai ragione...
- Ovvio che ho ragione! Tirati su dai, dovresti essere
fiero! Hai dimostrato a tutti che non bisogna farti incazzare... E poi, Tom e
gli altri se la caveranno, vedrai. Tra poco li vedremo uscire, saranno solo un
po’ abbronzati.
La chierica sorrideva dolcemente, tendendo una mano verso
Silgor. Il giovane mago la afferrò e si tirò su, guardandola negli occhi.
Chissà come fa a
rimanere così ottimista anche quando tutto promette male. E sta facendo tutto
questo per tirarmi su il morale... Questa umana ha cuore, bisogna
riconoscerglielo. Oltretutto, non l’ho ancora ringraziata per...
- Grazie del supporto. E visto che siamo in tema, mi è
appena venuto in mente che l’altra sera, al pennone, mi hai salvato la vita, e
non ti ho nemmeno ringraziata. E anche oggi, con quell’incantesimo di cura...
Voglio dire, ti conosco da due giorni e già mi chiedo come abbiamo fatto finora
senza di te.
- Non devi ringraziarmi... Lo faccio perchè mi viene
naturale. Credo che non sarei una chierica, altrimenti. Certo, anche voi siete
strani... Una compagnia senza un chierico? Non se ne vedono molte, ti sei mai
chiesto perchè?
- Sì, hai ragione. Il fatto è che in realtà, un po’ di tempo
fa con noi c’era un chierico... Ma sarò sincero, non mi ricordo nemmeno come si
chiamava. Ci ha lasciati dopo qualche giorno, è rimasto in un monastero a
leggere scartoffie e pregare. Tipo strano, comunque. Era vestito completamente
di nero, sembrava un becchino, di certo non aveva un aspetto gioviale. E poi,
spesso quando parlavamo teneva un piccolo quaderno in cui scarabocchiava in
continuazione; pensa che una volta ho provato a sbirciare, e la pagina era
coperta di... Beh, diciamo che sembrava avesse una passione per i membri
maschili. Spesso riguardava i suoi disegnini e rideva da solo, sotto i baffi. A
dire il vero, ripensandoci, anche Tom ogni tanto...
- Ehi, aspetta un secondo! Se sono ancora dentro, non
possono essersi allontanati molto... Quindi... Ma sì, sì! Dovrebbe funzionare!
- Scusa, cosa?
- L’incantesimo! L’incantesimo di localizzazione!
Silgor osservò Fenicia turbato, mentre la chierica
appoggiava i palmi a terra e sussurrava parole magiche a bassa voce. Sembrava
molto concentrata. Per qualche secondo, ci fu un profondo silenzio; poi, la
donna esplose di felicità.
- Sono vivi! Tutti quanti, sono vivi e stanno bene! E a
quanto pare, sono sotto la bisca... Tu conosci il locale, sai se c’è un piano
sotterraneo?
- Cavolo, il sotterraneo! Dove facevano i combattimenti...
Sì, se sono lì, so come andarci. Spostando qualche tizzone, dovremmo farcela.
Della bisca del Goblin d’Oro, ormai, non era rimasto più
nulla. Le fiamme continuavano ad alimentarsi, ma con meno foga, e il pavimento
ora era cosparso da ceneri e tizzoni ardenti. Camminando con attenzione, i due
arrivarono alla porta del piano sotterraneo, che era bloccata da una grossa
trave infuocata.
- Sicura che siano qui sotto, eh?
- Sì. Dammi una mano con questa...
Entrambi gettarono un urlo per lo sforzo, menando un
fendente con la scimitarra impugnata a quattro mani. La trave cedette di
schianto, e i due entrarono nel corridoio sotterraneo.
La gioia di rivedere i compagni fu tale che quasi non si
accorsero dei due uomini e dell’imp stesi a terra privi di vita; subito dopo,
però, sentirono dei rumori concitati provenire dalla stanza dei combattimenti.
Davanti all’entrata, nel corridoio, videro Kassandra che lanciava frecce, e tra
le urla della lotta che si stava svolgendo all’interno riconobbero la voce di
Enomis.
Appena Silgor arrivò all’entrata della stanza, vide una
scena molto particolare capitare proprio davanti ai suoi occhi: Tom, che nel
frattempo era accorso dal retro, si era gettato sotto le gambe di Enomis; senza
lasciargli nemmeno il tempo di alzarsi, un colpo d’ascia lo aveva tramortito,
dopodichè il suo corpo fu tirato indietro da Kassandra, il tutto nello spazio
di pochi secondi. Per un brevissimo istante, l’elfo si immaginò quanto potesse
essere sembrato strano l’intervento di Tom agli occhi del paladino.
Ripresosi dallo stupore, Silgor si girò verso i due
combattenti, ma ebbe solo il tempo di vedere Enomis sparire saltando nel buco
al centro della stanza. Tutti corsero verso il parapetto, in tempo per vedere
il paladino che trafiggeva dall’alto il suo avversario, piantandogli la spada
nel collo. L’esultanza, però, durò poco.
Un gigantesco orso bruno travolse Enomis con la sua mole, e
il guerriero cadde svenuto contro il muro. I suoi occhi si chiusero per un
attimo, ma si riaprirono poco dopo: la luce sprigionata da Fenicia ancora una
volta stava portando ristoro a tutta la compagnia. L’orso ruggì di dolore
quando un raggio infuocato sprigionato da Silgor gli bruciò il pelo, dopodichè
la spada insanguinata di Enomis gli si piantò in profondità nel cuore, ponendo
fine alle sue sofferenze. Era finita.
- Uff... Alla fine ci avete raggiunti anche voi, eh ragazzi?
Pensavamo che sareste rimasti fuori a prendere il sole ancora per un po’...
- Ehi, meglio tardi che mai, Mr. Simpatia! Se fossi rimasta a prendere il sole, tu staresti facendo un pisolino poggiato contro quel muro. Piuttosto, siete
riusciti a trovare Saul?
La frase di Fenicia fece ricordare a tutti chi era l’unico
che mancava all’appello.
- Il ciccione! Dov’è finito? Era qui, non ci sono uscite...
Non può essere sparito nel nulla!
Tutta la compagnia si precipitò al piano di sotto, ma fu
Kassandra a trovare la soluzione, esaminando le tracce rimaste sulla polvere
della piccola arena.
- È stato qui, sì... e ha camminato fino.... al centro
della stanza.... Qui le impronte si interrompono. Aiutatemi a spostare un po’
la sabbia...
Non appena il gruppo scoprì la botola, saldamente chiusa da
un grosso lucchetto, tutti si girarono verso Tom. L’halfling si fece avanti, e
osservò a lungo la serratura, con un’espressione che diventava sempre più
corrucciata man mano che i minuti passavano.
- Non è facile... Non è facile per niente! Posso provare a
scassinarla, ma non garantisco.
Passarono diversi minuti; le piccole mani di Tom muovevano
abili gli attrezzi da scasso, pinze e chiavistelli producevano un rumore
metallico cozzando contro la massiccia serratura. Dopo un tempo che sembrò
infinito, l’halfling si girò, la fronte imperlata di sudore, e aggrottata in
un’espressione assieme arrabbiata e imbarazzata.
- No... Non ci riesco. È impossibile, cazzo! Dove l’ha
trovato un lucchetto del genere? Ci rinuncio. Lasciamolo lì sotto, il vecchio,
tanto dove volete che vada?
Dwinar, che fino a quel momento era stato in disparte ad
accarezzare la sua ascia e a lisciarsi la barba, si avvicinò alla botola, e
spostò l’halfling con una grossa mano callosa.
- Bene, abbiamo provato con le buone. Ora è il momento di
tentare con le cattive.
Il nano impugnò la grossa ascia, e menò un fendente dalla
forza spaventosa; il colpo produsse un rumoroso clangore, ma niente di più.
Senza perdersi d’animo, continuò a battere contro la serratura, come un fabbro
sull’incudine. Tutto il resto del gruppo capì che era l’unica cosa da fare, e
ognuno impugnò la propria arma; persino Silgor, nonostante non fosse particolarmente
muscoloso, picchiava colpi sul lucchetto con la mazza. Dopo diversi minuti di
fatica, finalmente, il lucchetto fu distrutto da un poderoso colpo di spada di
Enomis; per un attimo, nella piccola stanza si sprigionò un’esultanza da
stadio. Il paladino poi aprì bruscamente la botola, e a tutti apparve una lunga
scalinata che spariva nel buio. Silgor capì subito di cosa si trattava.
- Ma certo, come abbiamo fatto a non pensarci... Questo è un
ingresso per le profondità. Di Riddleport tutti conoscono la faccia
superficiale, che è già abbastanza spaventosa e raccapricciante per scoraggiare
un’esplorazione più approfondita; ma gli abitanti sanno che la città ha un
altro lato... un lato nascosto. Sotto la superficie, molte delle case e dei
locali di Riddleport sono collegati da un fitto sistema di cunicoli
sotterranei, che formano una specie di labirinto. Non sarà facile trovare Saul,
lì sotto.
- Forse non sarà facile, ma dobbiamo trovarlo. E considerando
quanto tempo ci abbiamo messo ad aprire questa fottuta botola, ha già un certo
vantaggio. Quindi, ci conviene andare, no? Forza ragazzi, siamo arrivati fin
qui, ora andiamo fino in fondo. Possiamo farcela!
Ancora una volta, il carisma di Enomis tirò su il morale
della compagnia.
Con rinnovato coraggio, tutti si mossero dietro di lui,
inoltrandosi nell’oscurità più totale, un passo dopo l’altro, un gradino alla
volta.
martedì 4 giugno 2013
Incendio al Goblin d'Oro, Parte 1: "Il piano"
Silgor aprì gli
occhi lentamente.
L’oscurità era
fitta intorno a lui, e prima che lo sguardo potesse abituarsi furono gli altri
sensi a dargli una prima impressione di dove si trovava. Era seduto, e l’acqua
fredda gli arrivava alla cintola; le vesti ormai erano inzuppate, quindi
dedusse che doveva trovarsi in quella posizione da un po’. Un forte odore di
rifiuti e marciume gli riempiva le narici, e riusciva quasi a sentire in bocca
il sapore dolciastro di resti organici in decomposizione. Alle orecchie gli
giungevano suoni indistinti, grugniti, passi veloci, lamenti lontani.
Quando finalmente
gli occhi riuscirono a delineare il profilo del luogo in cui si era
risvegliato, aveva ormai capito, e non si stupì di vedere la sagoma del pennone
ergersi nel cielo notturno.
Qualcosa non gli
tornava, però. Dov’era la compagnia? Cos’era successo agli altri? E poi,
com’era arrivato lì? Non ricordava nulla.
Lentamente, con
fatica, provò a tirarsi su; ma non appena fu in piedi, un soffio caldo sulla
guancia destra gli gelò il sangue. Girò piano la testa, deglutendo, finchè si
trovò davanti ad un orribile ghigno malvagio. Due occhietti rossi lo fissavano
dalle tenebre, e i denti digrignati emettevano un rumore agghiacciante; poi, il
ratto produsse una specie di ruggito profondo.
In preda al panico,
Silgor fece un balzo indietro e tentò di pronunciare le parole di un
incantesimo, ma le sue labbra erano bloccate. Cercò allora l’arma, ma si
accorse di non avere nulla addosso oltre alle vesti fradicie. Mentre altri
occhi spuntavano alle spalle del ratto mannaro, il mago terrorizzato capì che
era arrivata la sua ora. Si girò di scatto, tentò di correre via, ma l’acqua
gli arrivava alle ginocchia impedendogli la corsa; con un brusco movimento
tentò di saltare, ma qualcosa gli afferrò la caviglia a mezz’aria...
THUM.
Per prima cosa, ci fu il dolore alla testa; poi arrivò la
consapevolezza di essere appena caduto dal letto; infine, il residuo della
paura provata nel sogno che lasciava pian piano posto a una sottile vergogna.
Kassandra, che era sveglia da un po’, lo aveva visto.
- Tutto a posto, cugino?
- Sì... sì, tutto a posto. Ho solo fatto un sogno un po’ più
vivido del solito... Niente di che, comunque. Che ore sono, piuttosto? Gli
altri sono già svegli?
- È ancora presto, ma tra poco si alzeranno, credo; Kwava invece
si è svegliato un’oretta fa. Ora è partito per tornare al suo clan e fare rapporto,
ma ci ha lasciato qualcosa da mangiare. È tutto di là, nella tenda centrale.
- Mh. Allora vado... Vado a fare colazione, sì. Grazie. Ci
vediamo tra un po’.
Il pasto frugale lo aiutò a concentrarsi su ciò che
avrebbero dovuto fare quel giorno, e gli fece anche tornare in mente un’idea a
cui stava lavorando da un po’. Finì di mangiare, poi aspettò che il ladro e il
nano si svegliassero; a quel punto, li prese da parte e gli fece capire che
aveva qualcosa di interessante da proporgli. Poco dopo, si incontrarono fuori
dall’accampamento.
- Bene ragazzi, innanzitutto premetto che quello che sto per
dirvi è altamente confidenziale. Preferirei che non ne parlaste con nessuno,
per preservare l’unione della compagnia. D’accordo?
Tom e Dwinar si guardarono un attimo, e quando si accorsero
che nessuno dei due sapeva di cosa stesse parlando l’elfo, fecero un cenno di
assenso con la testa.
- Ottimo. Allora, Dwinar, ho visto che dopo il nostro ultimo
combattimento hai raccattato dai cadaveri un po’ di armi interessanti. Sono armi
perfette, vero? Sicuramente vendendole potresti farci un po’ di soldi. Io,
però, potrei conoscere un modo per fare molti più soldi. Anche dieci volte
tanto.
Fu solo a questo punto che Silgor ebbe l’attenzione completa
dei compagni. Dwinar strizzò gli occhi e lo fissò più intensamente, e Tom smise
di giocherellare col cannocchiale. L’elfo sapeva che proprio loro due, tra
tutta la compagnia, sarebbero stati particolarmente interessati ad un bel
guadagno, e sapeva anche che sarebbero stati disposti a rischiare un po’ per
ottenerlo. Dopo una breve pausa in cui osservò le reazioni dei due, riprese.
- Il piano è molto semplice: conosco un modo per far
sembrare quelle armi degli oggetti magici. Credo che tutti e due sappiate
quanto un’arma magica sia più rara e costosa di un’arma semplice. Ovviamente,
se il mercante da cui andiamo sarà convinto che siano davvero armi magiche, ce
le pagherà parecchio...
Gli occhi del nano e dell’halfling si erano come illuminati.
- Ok: come vi dicevo il piano è semplice, ma rischioso. Io e
Tom dovremmo and...
- Il 50 percento è mio.
- ... Prego?
Dwinar lo stava guardando con un sorriso furbo.
L’espressione era ferma e decisa, e il nano non sembrava disposto a cambiare
idea.
- Ho detto che il 50 percento di quello che guadagniamo è
mio. Del resto le armi le ho io.
- Sì, ma l’incantesimo lo faccio io, e il rischio lo
corriamo noi due; tu non entreresti nemmeno in città. E comunque, anche
prendendo il 30 percento, probabilmente guadagneresti di più che non vendendo
semplicemente le armi. Non ha senso che...
- Voglio il 50 percento. E non mi piacciono quelli che
parlano troppo. Se vogliamo farlo, queste sono le mie condizioni. Se no,
niente.
Silgor guardò Tom sconcertato, ma l’halfling non aveva
spiccicato parola. Il mago stava per accettare, ma un moto di rabbia gli montò
dentro: aveva pensato al piano per giorni, e di certo non era così che sarebbe
dovuto andare. Guardò il nano, stizzito, e replicò.
- Bene, allora niente. Peccato, avremmo potuto mettere su un
po’ di soldi. Evidentemente l’intelligenza non è una dote molto diffusa in
questa compagnia.
Detto ciò, li lasciò entrambi lì e tornò all’accampamento.
La mattinata era ancora all’inizio, e la compagnia aveva
parecchio da fare. Si riunirono tutti nella tenda centrale dell’accampamento,
per discutere su cosa fare in merito a Saul e alla bisca del Goblin d’Oro;
Silgor notò che seduta insieme agli altri c’era anche Fenicia, la chierica che
aveva salvato la vita a lui e alla compagnia la sera prima. Evidentemente,
aveva intenzione di unirsi a loro. Enomis, col suo solito carisma, prese la
parola.
- Ragazzi, oggi è il giorno in cui regoliamo i conti. Anche
se è dura ammetterlo, Saul ci ha traditi, e sicuramente non possiamo fargliela
passare liscia. Abbiamo lavorato per lui per settimane, ci ha fatto fare il
lavoro sporco, e pensava di potersi liberare di noi facilmente, quando abbiamo
iniziato a diventare “scomodi”... Fortunatamente non ci è riuscito, e ora tocca
a noi pensare a come agire. Probabilmente lui ci crede morti, ma di sicuro sta in
guardia; non possiamo e non dobbiamo rischiare di mandare tutto a puttane.
- Spacchiamogli il cranio.
- Sì, Dwinar, l’idea è quella, ma ci conviene elaborare un
piano. Di certo non possiamo andare alla bisca ed entrare spaccando tutto... (a
queste parole, il nano abbassò il capo con un’evidente smorfia di disappunto)
... perchè quasi sicuramente ora Saul si è circondato di guardie del corpo. No,
stavolta dobbiamo essere furbi. Qualcuno ha qualche idea?
I compagni si guardarono spaesati, cercando di pensare ad un
piano da attuare. Finora non l’avevano mai fatto, erano sempre andati cecamente
all’attacco; ma in effetti, finora si erano sempre salvati quasi per miracolo.
Enomis di certo non aveva tutti i torti, per una volta pianificare non sarebbe
stata di sicuro una mossa stupida. Silgor provò ad esprimere quello che gli
ronzava in testa.
- Beh, io conosco un incantesimo che può modificarmi il viso.
In pratica posso andare lì senza che nessuno sappia che sono io. Però una volta
lì, cosa faccio? Tutti i miei altri incantesimi sono di attacco, non ho abilità
particolari.
- Aspetta... Sei bravo a scrivere, vero?
- Bravo a scrivere? Scherzi? Posso imitare qualsiasi tipo di scrittura, se ho
un po’ di tempo a disposizione. Non per vatarmi, ma difficilmente ho incontrato
falsari più abili di me... Ma scusa, questo cosa c’entra?
- Qualsiasi tipo di scrittura... Dwinar, hai ancora quel
biglietto che avevi trovato?
- Palladino, sei un genio! Dwinar, passa il biglietto a mio
cugino!
Il nano estrasse il foglietto stropicciato da una tasca, e
lo porse al mago. Gli bastò una rapida occhiata per capire che l’impresa non
sarebbe stata difficile.
- Ma sì, anche la firma è facile, è solo una “Z”! Datemi
mezz’oretta e vi scrivo una lettera firmata da Mister Zeta in persona. Ho solo
bisogno che qualcuno me la detti, e ovviamente dev’essere scritta nel gergo dei
ladri... Tom, dammi una mano.
Mentre i due componevano la falsa lettera, Enomis finì di
definire il dettaglio del piano. Stavolta non si sarebbero fatti trovare
impreparati; Silgor sarebbe andato da solo alla bisca, col pretesto di
consegnare la lettera, seguito a breve distanza da Fenicia e dai due guerrieri
del gruppo, camuffati da mendicanti grazie alle abilità dell’halfilng. Tom e
Kassandra avrebbero monitorato la situazione dai tetti. La lettera era
perfetta, e anche un occhio esperto avrebbe fatto fatica a distinguere la firma
fasulla dall’originale; tutto era calcolato nei minimi dettagli. Restava solo
un dubbio, e Fenicia parlò esprimendo quello che forse tutti stavano pensando.
- Questo incantesimo che dici.... Siamo sicuri che ti
renderà irriconoscibile? Dipende tutto da quello... Non possiamo rischiare di
fallire...
Silgor sorrise tranquillo, poi per tutta risposta
pronunciò delle strane parole; si sfiorò il viso con un dito, e la
trasformazione avvenne sotto gli occhi increduli della compagnia.
La pelle si scurì lentamente, mentre le fattezze
cambiavano forma. Il naso diventava più lungo, il viso più magro, gli zigomi
pronunciati, le labbra sottili e scure. Gli occhi presero un colore rosso
intenso, e i capelli assunsero un taglio giovane e ribelle, con un cresta
centrale. Infine, una larga cicatrice partì dalla fronte per attraversargli
l’occhio sinistro e terminargli sulla guancia.
- Che dite, così può andare?
Persino la voce era un po’ più profonda. Sguardi di
soddisfazione e incredulità attraversarono la compagnia, che si mise in marcia
poco dopo, diretta alla bisca, Silgor in testa.
Questa volta, niente
può andare storto...
lunedì 3 giugno 2013
Sesta giocata: 29 maggio 2013
Riddleport, 23 Calistril 2711 CA
- risvegliatasi dopo la lunga nottata la compagnia decide di recarsi al Goblin d'Oro elaborando un piano sofisticato
- Fenicia si aggrega al gruppo e Kwava annuncia di allontanarsi per qualche tempo al fine di riferire agli Shin'Rakorath i recenti sviluppi
- un volta raggiunta la bisca il piano fallisce e uno scontro porta la messa a fuoco dell'intera locanda; nessun abitante interviene
- i personaggi riescono in tempi diversi ad abbattere tutte le difese di Saul, che scoprono essersi rifugiato all'ultimo momento in una botola segreta al secondo piano sotteraneo della bisca
martedì 21 maggio 2013
Imboscata al Pennone
- Dal diario di Silgor
-
Riddleport, 22
Calistril 2711 CA
Stasera saremo di
nuovo in missione. Il vecchio, Saul, ha scoperto che le principali autorità di
Riddleport si incontreranno al calar del sole sotto il pennone; una specie di
discarica, da quello che ho capito: quale miglior luogo di ritrovo per quegli
scarti della società. Sto iniziando ad averne abbastanza di questa città; qui
pare che non esistano leggi, se non quella del più forte, e i suoi stessi
governanti sono criminali, pirati, contrabbandieri senza scrupoli. Feccia.
L’ordine dei
glifieri continua a ignorare le mie richieste, e non credo che la situazione
cambierà; e anche i miei compagni di viaggio stanno iniziando ad infastidirmi.
Enomis, il paladino, l’unico ad aver mostrato gentilezza fin dal primo momento,
ora sta diventando veramente stucchevole: lo splendente eroe, servitore della
legge, che si sente sempre in dovere di mettere d’accordo tutti... Quanto agli
altri due, non c’è nemmeno da parlarne. Mai visto un essere più rozzo di quel nano,
e Tom, l’halfling, non mi sembra molto più che un ladruncolo di strada. Pensandoci, credo che farei meglio a tornare a casa, tra qualche giorno. Ne parlerò con Kassandra.
Ma forse sono la stanchezza e il malumore a parlare per me: ora devo
riposare. Questa sera ci converrà essere svegli e vigili; non ho un buon
presentimento in merito alla faccenda...
Silgor spostò la penna,
soffiò lievemente sull’inchiostro appena posato, e chiuse il diario; poi la sua
mano si posò su un altro tomo, molto più grande, con una spessa rilegatura in
cuoio. Steso sulla branda, rilesse come sempre le descrizioni dettagliate del
suo libro degli incantesimi, poi si girò su un fianco e si sforzò di dormire.
Non fu difficile, nonostante fossero appena le due di pomeriggio: gli ultimi
giorni erano stati tutto fuorchè rilassanti.
- Silgor, cugino, dobbiamo
andare.
Le parole di Kassandra lo
scossero dal torpore, ed alzandosi l’elfo si accorse di non essersi nemmeno
tolto le vesti da mago per dormire. Ancora stordito, si diresse verso la
tinozza di acqua poggiata in bagno per rinfrescarsi, dopodichè controllò di
avere tutto ciò che gli serviva, raccolse la mazza da sotto il letto, e uscì
nel corridoio. Il resto della compagnia era già lì ad aspettarlo.
- Allora, andiamo? Non credo che
aspetteranno noi per iniziare la riunione.
-
Andiamo. Il pennone non è molto distante, e il crepuscolo è appena iniziato.
Dovremmo essere in orario.
Silgor notò che alla parola “pennone” una specie di
sorriso attraversò il volto di Tom e del paladino, per un istante.
Probabilmente era stata solo una sua impressione.
Dwinar si mosse, in testa al
gruppo, e la compagnia lo seguì.
La puzza stava diventando
difficile da sopportare. I cinque camminavano ormai da circa mezz’ora, ma negli
ultimi dieci minuti le strade della città erano lentamente sparite, diventando
progressivamente degli stretti sentieri che aprivano la via in mezzo a veri e
propri cumuli di rifiuti. Mattoni, sacchi di paccottiglia, vecchi oggetti di arredamento, giocattoli
rotti, avanzi di cibo e oggetti assolutamente impossibili da identificare si
ammassavano ovunque, colando liquidi densi e scuri che formavano rivoli e
piccole pozzanghere sul sentiero. Dopo qualche altro minuto di cammino, lo videro: il pennone svettava in mezzo alla discarica, una sagoma
alta e affusolata, più scura della notte, che si stagliava contro il cielo.
- Fermiamoci qui. Non
conviene avvicinarsi ancora, ci sentirebbero. Provo a dare un’occhiata col
cannocchiale, da quella montagnetta di rifiuti dovrei avere una buona visuale.
Finita la frase, Tom si
inerpicò sulla collinetta con l’agilità di una volpe, e si stese ad osservare
in lontananza.
- Gli piace proprio quel
cannocchiale, eh? Probabilmente durante la notte dormono abbracciati...
La battuta bisbigliata da Kassandra fece
sorridere tutti, anche se la tensione era palpabile. Tom non fece attendere a lungo il suo responso.
- Sono cinque! Cinque
creature, non riesco a capire la razza. Ferme, ai piedi del pennone. Forse
stanno parlando, non sono riuscito a vedere molto altro.
- Dobbiamo avvicinarci
ancora...
- No, faremmo troppo rumore,
tutti insieme. Un nano guerriero e un paladino con delle armature che da sole
sono più pesanti di me, non sono di certo l’emblema della furtività. Io e
Kassandra però possiamo avvicinarci di più. Faremo attenzione; in ogni caso, di
certo da qui non possiamo fare molto. Voi tre rimanete qua, e preparate le
armi. Abbiamo i fischietti.
Silgor ci pensò un attimo;
il piano aveva senso. E comunque, a nessuno veniva in mente qualcosa di
migliore. L’elfo tentò un suggerimento, anche se immaginava già la risposta.
- Potremmo osservare la
situazione, se ci lasci il tuo cannocch...
- Ah, no! È fuori
discussione. Il cannocchiale viene con me. Allora, andiamo? Probabilmente hanno
già iniziato a parlare di noi...
I due cugini si guardarono con un cenno di intesa, poi
Kassandra si avvicinò all’halfling, ed entrambi si allontanarono nell’oscurità
con passi leggeri silenziosi. Silgor, Dwinar, Enomis e Nethys rimasero da soli.
L’elfo si era accovacciato, e accarezzava lentamente il gatto, ripetendo
mentalmente le formule dei suoi incantesimi più utili. I due guerrieri erano
rimasti in piedi, le mani posate sulle impugnature delle loro armi, le orecchie
tese verso il buio in direzione del pennone. Probabilmente uno scambio di parole avrebbe rilassato un po' gli animi ed allentato la tensione, ma nessuno osava fiatare,
sia per paura di essere sentito, sia per timore di non sentire un eventuale
richiamo d’aiuto; gli unici rumori erano quelli, lontani, della città.
All’improvviso, un grido sordo di dolore squarciò il
silenzio; in un attimo, i tre riconobbero la voce di Tom, e si scagliarono
d’istinto verso l’origine del suono, che aveva solo fatto scattare i loro
muscoli già tesi.
Pochi secondi dopo
raggiunsero l’halfling visibilmente scosso, tenuto in braccio da Kassandra:
aveva due frecce piantate nel petto, e parlava a fatica.
- Era una trappola. Sono
solo delle sagome! Ci siamo fatti fottere da delle cazzo di sagome di cartone!
Dietro alla collina c’erano due.... cosi. Non ho idea di cosa fossero,
sembravano dei gorilla, erano piuttosto grossi, e ricoperti di pelo, o almeno
mi è sembrato. Di sicuro non possiamo andare lì a combatterli, già qui l’acqua
vi arriva alle ginocchia, là sareste immersi fino al costato.
Effettivamente l’acquitrino
era diventato particolarmente profondo, tanto che Silgor era ormai costretto a
tenere il gatto sulle spalle. Non appena Tom indicò il punto in cui aveva visto
i nemici, l’elfo provò a sporgersi per scagliare un dardo incantato, ma non vide nessuno.
L’atmosfera era tornata ad essere calma, in modo quasi surreale. I cinque
continuavano a guardarsi intorno, per captare qualsiasi rumore o movimento, ma
nulla sembrava accadere. Alla fine, Enomis prese la parola.
- Ci hanno teso
un’imboscata, e probabilmente Saul era un complice. La soffiata che ci ha dato
probabilmente era solo un pretesto. Comunque, per fortuna ce la siamo cavata.
Adesso però faremmo meglio a tornare, e credo proprio che il vecchio ci dovrà
delle spiegazioni. Se siete d’accordo, io direi che non abbiamo più nulla da
fare qui.
Gli altri quattro compagni si guardarono e annuirono, a
malincuore; anche se erano tutti vivi, la missione sembrava essere stata un
fallimento. E soprattutto, anche se nessuno osava dirlo, stavano tutti pensando
la stessa cosa: l’unica persona di cui avevano potuto fidarsi, in quella città
di criminali, probabilmente aveva appena tentato di ucciderli. Ora erano soli.
Lentamente, iniziarono ad avviarsi verso la città,
camminando a fatica nell’acquitrino paludoso. Quando, all’improvviso, un rumore
alle loro spalle fece gelare il sangue a tutti.
Ebbero appena il tempo di vederli, mentre si scagliavano
su di loro, tutti insieme. Quattro creature immonde si erano alzate dall’acqua
e stavano correndo all’attacco. Sembravano degli enormi ratti, ma la postura
era quella di un umano, in piedi sulle zampe posteriori. Tutto il corpo era
ricoperto da un folto pelo ispido, incrostato di sporco e fango. Gli occhi,
piccoli, rossi e incavati, e la bocca enorme, colante di bava e piena di denti
appuntiti, conferivano al muso una smorfia animalesca e malvagia. Al fondo delle
braccia muscolose, le mani terminavano in artigli affilati, che balenavano alla
luce della luna. Dai pochi stracci che li coprivano spuntava, al fondo della
schiena, una lunga coda rosa, liscia, sottile, che si muoveva frenetica.
Nessuno capì subito di che
creature si trattasse, e tutta la compagnia fu costretta a difendersi come
poteva. Uno dei mostri saltò addosso a Tom, addentandolo con un morso vicino al
collo. Un altro impegnò Enomis poco più avanti. Dwinar combatteva al fianco dell’halfling,
due contro due, mentre Kassandra era stata avvicinata dall’ultimo degli
avversari. Silgor, poco più indietro, era stato l’ultimo a reagire, e tentò di
lanciare un incantesimo di attacco, senza successo. Il combattimento era
concitato, e i mostri sembravano immuni a molti degli attacchi della compagnia;
finchè Kassandra capì contro cosa stavano combattendo.
- Sono ratti mannari! Le
armi normali non sono efficaci, l’argento li ferisce! Questi bastardi si
rigenerano, ragazzi. Silgor, bruciali! Bruciali tutti!
Il ranger indietreggiava e tentava di colpire il ratto
davanti a lei con delle frecce, ma quando ci riuscì il risultato non fu
incoraggiante. Il mostro, colpito alla spalla, si fermò per un istante, e con un ghigno quasi divertito estrasse
la freccia dalla ferita, che si rimarginò all’istante. Nel frattempo aveva
raggiunto Silgor, e lo addentò violentemente alla spalla.
Il mago urlò di dolore, provò a indietreggiare, e
tenendosi la ferita dolorante cercò nuovamente la concentrazione. Focalizzò
davanti a sè i due ratti che combattevano contro Tom e Dwinar; l’halfling
sembrava privo di sensi, a terra. Alzò le mani verso i mostri, e non appena la
sua voce terminò di pronunciare le parole dell’incantesimo, un enorme cono di
fiamme si sprigionò dalla punta delle sue dita.
L’odore di carne bruciata si stava spargendo nel campo di
battaglia, e Silgor ebbe appena il tempo di constatare il successo del suo
attacco, prima che un pugnale gli si conficcasse nel fianco. Con un lamento,
cadde riverso nell’acquitrino.
Mentre il combattimento infuriava intorno a lui, Silgor
era completamente privo di sensi. Gli parve di vedere, ad un certo punto, una
luce accecante, e per un attimo sentì che il suo corpo stava riprendendo
vigore. Aprì gli occhi a fatica, ma l’unica cosa che riuscì a mettere a fuoco fu
una specie di puntino nero che cadeva dal cielo, e sembrava avvicinarsi
velocemente. Il masso lo colpì dritto in testa, spingendolo nuovamente nel
coma.
Quando si svegliò, era tutto
finito.
Il mago si ritrovò seduto
nell’acquitrino, frastornato, e si accorse con sorpresa di non sentire più
alcun dolore. Guardò Kassandra, che era china su di lui, e capì che gli aveva
appena fatto bere una pozione curativa. La ringraziò con un cenno della testa.
Poi si guardò intorno: nell’acqua si intravedevano tre cadaveri, ma non ci mise
molto a capire che nessuno di loro era uno dei suoi compagni. Li vide tutti lì,
nelle vicinanze; Dwinar si aggirava sul campo di combattimento, mentre gli
altri erano fermi e sembrava che stessero parlando con... due persone. Fu
allora che se ne accorse: c’erano altre due persone che non aveva mai visto
prima. Uno era un elfo, ma era molto diverso da quelli con cui Silgor aveva
vissuto durante l’infanzia. La pelle era più scura, e coperta di tatuaggi.
L’abbigliamento era simile a quello di un ranger; probabilmente veniva dalle
foreste del Sud. Sulla sua spalla era poggiato un falcone grigio. L’altro personaggio era una donna; umana, vestiva l’armatura
tipica dei chierici. I capelli biondi chiarissimi, quasi bianchi,
incorniciavano un viso dai lineamenti gentili, impreziosito da due occhi verde smeraldo. Silgor si avvicinò al resto del
gruppo, appena in tempo per sentire le presentazioni.
- Credo di dovervi delle
spiegazioni. Io sono Kwava, della compagnia degli Shin'Rakorath. Seguivo i
vostri spostamenti da un po’, e in particolare quelli del vostro capo, Saul
Vankaskerkin. Sospetto che abbia dei contatti con un elfo malvagio che sto
cercando da molto tempo, qui a Riddleport. Per fortuna io e la mia compagna di
viaggio Fenicia siamo riusciti a salvarvi dall’imboscata; ve la stavate vedendo
piuttosto brutta.
- Già. Come ha già detto
lui, io sono Fenicia. L’ho accompagnato nella parte finale del suo viaggio, e negli
utlimi giorni vi siamo stati quasi sempre dietro. Tra l’altro, è un piacere
incontrarvi, ormai siete delle celebrità in città.
- Beh, grazie di tutto. Se
non sbaglio sei un chierico, immagino di dover ringraziare te per...
Silgor stava per finire la
frase, ma la conversazione fu interrotta da un grido di Dwinar. Il nano aveva
trovato qualcosa su uno dei cadaveri.
- Ehi... Ehi, gente, credo
di aver trovato un indizio. Non si capisce niente in realtà, ma credo che possa
essere utile...
Nelle mani aveva un piccolo
foglietto spiegazzato. La lingua in cui era scritto era comune, ma le parole
sembravano provenire da un gergo sconosciuto.
Il mio vecchio truzzo moncato sta allargando Campossolo. Dovranno
confondersi in loco alla cala tenebra stessa. Fateli fuori e non fatevi beccare
dai polli. Arraffate i chicchi e tenete i becchi, così vi scucio il ferro
restante e poi vi riprendo nel covolo.
Mentre tutti si guardavano a
vicenda, visibilmente spaesati, sul volto di Tom si dipinse un sorrisino furbo.
- È il gergo dei ladri. Per
farla breve, c’è scritto che Saul ci avrebbe mandati qui per farci uccidere.
Credo proprio che i nostri dubbi siano appena diventati certezze.
Gli sguardi si abbassarono,
mentre tutti si rendevano conto di cosa voleva dire ciò che avevano appena
scoperto. Non avevano più un posto sicuro dove dormire, non avevano più un
lavoro, non avevano nulla. E ormai era tardi, e la stanchezza cominciava a
farsi sentire. Capirono che non sarebbero nemmeno potuti tornare alla bisca, a
prendere le poche cose che avevano lasciato nelle loro stanze; la prima cosa da
fare era cercare un altro posto dove passare la nottata. Il silenzio, carico di
tensione e preoccupazione, fu rotto da Kwava.
- Immagino che a questo
punto per voi non sia sicuro tornare alla bisca. Ho un piccolo accampamento
poco fuori dalla città; non ci sono stanze da re, ma credo che non possiate
farvi troppi problemi. Del resto, è stata una nottata quantomeno pesante, e
siamo tutti stanchi. Seguitemi, vi faccio strada.
Detto ciò, l’elfo si avviò
con passo sicuro, seguito ben presto dal resto del gruppo. Silgor stette fermo
per un po’, ripensando al pericolo che aveva corso quella notte, e si rese
conto di dovere la vita alla nuova arrivata; si guardò la spalla sinistra, e si
accorse che nel frattempo era diventata gonfia e violacea, e l’ematoma si stava
diffondendo al braccio e al petto: stranamente, però, non sentiva alcun dolore.
Con la mente affollata di pensieri,
si affrettò per non rimanere indietro.
Quinta giocata: 20 maggio 2013
Riddleport, 22 Calistril 2711 CA
- la compagnia raggiunge il punto d'incontro e scopre che si tratta di un'imboscata
- grazie all'aiuto di Kwava, un cacciatore degli Shin' Rakorath, e di una sua compagna di nome Fenicia riescono a sconfiggere i ratti mannari
- a causa dello scontro sembra che Silgor abbia contratto due malattie: la febbre lurida e la licantropia, gli effetti ancora non sono evidenti
- un foglietto conferma i sospetti riguardanti la volontà di Saul di sbarazzarsi dei personaggi
- tutti e sette si ritirano all'accampamento di Kwava e Fenicia per trascorrere la notte
mercoledì 8 maggio 2013
Dwinar - Frammento
<Infine, il momento é giunto.>
Dwinar strinse le mani guantate attorno all'impugnatura della sua ascia; cuoio scricchiolò nell'aria colma del vociferare degli uomini, del crepitio dei fuochi dei bivacchi dell'accampamento, dei fumi provenienti da enormi pentole metalliche e dalle pire funerarie.
Strinse gli occhi per scrutare meglio attraverso i densi fumi che si levavano alti nel cielo nuvoloso e al sottile velo di nebbia che si librava ad un metro da terra per tutta la valle. Controllò un'ultima volta ma ne era certo: il nemico era arrivato.
Anche gli osservatori sulle torri videro.
Prima ancora che potesse avvertire i suoi compagni, campane cominciarono a suonare ovunque nell'accampamento; prima una, poi una seconda, una terza, fino a che non fu più possibile determinare quante fossero.
La calma dell'accampamento fu inghiottita dal caos: tutti si fiondarono verso le proprie tende, a raccogliere il proprio equipaggiamento e a prepararsi per la battaglia; scudieri aiutarono i propri cavalieri ad indossare le loro armature sopra la pesante cotta di maglia, fabbri cominciarono a lavorare con più fervore, clangori metallici si levarono da tutto il campo e nel giro di pochi minuti si formarono le prime linee di soldati.
Dwinar si lanciò verso le prime file, famose per le scarsissime probabilità di sopravvivenza... e per i guerrieri nanici più potenti di tutto l'accampamento.
Cotta di maglia in acciaio, armatura pesante completa in mithril, ascie da guerra e scudi neri con sopra dipinto lo stemma della propria casata, elmo a celata abbassata, nessuna parola.
Assaltatori d'Elìte, punta di diamante dell'esercito nanico: silenzio assoluto, nessun grido prima della morte, nessun rimorso prima di prendere una vita. Quando caricano, si muovono come un unico corpo fatto di metallo e carne, una fortezza mobile da sfondamento, carica ferale da macellazione.
Vapore caldo sbuffava fuori dagli elmi scuri deformati da battaglie passate, l'unico rumore emesso erano i pesanti respiri desiderosi di sangue.
Quando l'ordine fu gridato dai comandanti, la carica partì.
Dwinar scattò in avanti in perfetta sincronia con i suoi compagni, i suoi fratelli d'arme; la muraglia umana avanzò a velocità impressionante seguita dal resto dell'esercito, la terra tremò sotto i passi pesanti dei nani.
Dall'altro lato della valle, migliaia e migliaia di luride creature restavano in attesa, nessuna tattica, nessuna strategia, nessuna formazione, soltanto urla disumane, bestemmie e insulti, grugniti e versi demoniaci: orchi, goblin, bestie e mostri di ogni tipo riempivano le fila nemiche; creature infernali, oscure.
Quando la carica degli Assaltatori raggiunse il nemico, le sorti della battaglia apparvero chiare.
L'Elìte di nani penetrò fino al centro della formazione nemica come un coltello nel burro caldo, grida si levarono alte nel cielo, nubi rossastre fuoriuscivano dai nemici abbattuti, il terreno divenne fango sanguinolento, archi di sangue nero venivano dipinti dal vorticare delle ascie naniche.
Dalla distanza, enormi baliste massacravano i mostri con mastodontici pali di legno e ferro, ormai per loro non vi era più speranza.
A battaglia conclusa, straordinariamente con poche perdite, l'esercitò levò un canto trionfale e tornò all'accampamento per i giusti festeggiamenti. Quella guerra che ormai si protraeva da diversi mesi, era ormai conclusa. Dopo questa vittoria, i nani avrebbero eretto un'immensa barriera per proteggere le proprie terre dagli assalti di quelle creature, finalmente avrebbero potuto vivere in pace.
Quella notte giunsero musicisti e cortigiane dai villaggi vicini, musiche di ogni tipo si mescolavano, l'aria odorava di vino e birra e sidro e di carni speziate arrostite.
Dwinar si godeva il meritato riposo un po' in disparte, non desiderava altro che tornare dalla sua Azmòra, la sua amata, che lo stava aspettando preoccupata ormai da troppo tempo. Era sicuro: appena tornato, l'avrebbe sposata; era la donna giusta, l'unica che abbia mai amato davvero, l'unica che l'abbia davvero capito. Senza di lei, non gli restava nulla. Avrebbe sotterrato l'ascia da guerra per diventare un fabbro o magari un minatore e avrebbe avuto dei bambini; non desiderava altro che stare al suo fianco fino a che la vecchiaia non si fosse preso la sua vita.
Cominciò come un suono ritmico quasi impercettibile e pian piano divenne sempre più forte e udibile, poi emerse dalle tenebre e Dwinar vide: messaggero a cavallo... no...Non un soldato, un ragazzo, accasciato sul dorso dell'animale. Quando la montatura si fermò vicino al nano, il ragazzo cadde, dalla sua schiena spuntava una freccia nera, un dardo goblin. Dwinar la prese saldamente e la spezzo, dopodiché girò il ragazzo e lo riconobbe: era Corren, il figlio del fabbro del suo villaggio.
<Qui c'é bisogno di un cerusico! Presto! Corren, svegliati figliolo, parlami... Dimmi che cosa é successo!>
Dopo qualche secondo, il giovane aprì debolmente gli occhi e sussurrò qualche parola: <Villaggio...Az...mora....tr..tr..trappola.....diversivo....tutti morti......>
Poi chiuse gli occhi e non li riaprì più.
Poco dopo giunse un messo ad informare il comandante in carica che svariati villaggi dietro il fronte di guerra erano stati attaccati e distrutti da raid di goblin, la battaglia nella valle era solo un espediente per lasciare le città sguarnite e indifese.
Quando tornò a casa, Dwinar scoprì di non averne più una. Aveva perso tutto: la sua donna, l'amore, il futuro che aveva sognato. Delle abitazioni rimanevano solo più macabri scheletri di pietra sporca di fuliggine, corpi dilaniati dagli uccelli erano sparsi ovunque, l'aria odorava di carne bruciata.
Azmòra non c'era più e la rabbia si impadronì del nano. Avrebbe giurato vendetta, avrebbe ucciso e ucciso e ucciso per il resto della sua vita perché ormai rimaneva solo quello di lui, l'altra parte, quella che voleva vivere in pace, era morta con lei.
Entrò nella fucina devastata dal saccheggio e riaccese la fiamma del forno. Si tolse le massicce placche di mithril e le gettò tra le fiamme, lavorò di mastice e di martello e forgiò una nuova ascia e sulla lama vi incise parole antiche, rune sconosciute, un linguaggio tramandato all'interno del clan Bloodaxe di cui lui solo conosceva il significato.
Dopodiché, andrò ad ubriacarsi.
Ubriaco fradicio si mise a parlare con degli altri nani ammirati dalla fattura della sua ascia, chiesero il significato delle rune che aveva inciso e lui rispose:
<Vi ho inciso il mio messaggio di vendetta: "Nessuna creatura o uomo o essere vivente sfuggirà alla mia vendetta. Nulla sfuggirà alla mia ascia, essa si disseterà con il sangue dei miei nemici. Questa sarà la mia vita.">
Poi se ne andò e non tornò più a quella che un tempo chiamava "casa".
La pioggia cadeva incessantemente , Dwinar, completamente bagnato, trovò rifugio sotto ad un gigantesco albero e lì vi accese un falò per riscaldarsi ed asciugarsi. La luce che il fuoco emetteva era estremamente fioca, riusciva a malapena ad illuminare l'ascia che teneva davanti a sé.
Nella solitudine e nel silenzio della notte spezzato dal picchiettare delle gocce, lesse ancora le parole che aveva inciso: "Nessuno trafisse mai il mio cuore come fece il tuo sguardo la prima volta che ti vidi. Nessun fuoco potrà mai ardere come l'amore che provo per te, nessun dolore sarà mai più grande della tua scomparsa. Questa sarà la mia vita d'ora in poi: vuota e grigia, senza un posto da chiamar casa. Perché eri tu, la mia casa.".
Sulle sue guance, una goccia scivolò e cadde sulla lama. Forse pioggia, forse no.
Dwinar strinse le mani guantate attorno all'impugnatura della sua ascia; cuoio scricchiolò nell'aria colma del vociferare degli uomini, del crepitio dei fuochi dei bivacchi dell'accampamento, dei fumi provenienti da enormi pentole metalliche e dalle pire funerarie.
Strinse gli occhi per scrutare meglio attraverso i densi fumi che si levavano alti nel cielo nuvoloso e al sottile velo di nebbia che si librava ad un metro da terra per tutta la valle. Controllò un'ultima volta ma ne era certo: il nemico era arrivato.
Anche gli osservatori sulle torri videro.
Prima ancora che potesse avvertire i suoi compagni, campane cominciarono a suonare ovunque nell'accampamento; prima una, poi una seconda, una terza, fino a che non fu più possibile determinare quante fossero.
La calma dell'accampamento fu inghiottita dal caos: tutti si fiondarono verso le proprie tende, a raccogliere il proprio equipaggiamento e a prepararsi per la battaglia; scudieri aiutarono i propri cavalieri ad indossare le loro armature sopra la pesante cotta di maglia, fabbri cominciarono a lavorare con più fervore, clangori metallici si levarono da tutto il campo e nel giro di pochi minuti si formarono le prime linee di soldati.
Dwinar si lanciò verso le prime file, famose per le scarsissime probabilità di sopravvivenza... e per i guerrieri nanici più potenti di tutto l'accampamento.
Cotta di maglia in acciaio, armatura pesante completa in mithril, ascie da guerra e scudi neri con sopra dipinto lo stemma della propria casata, elmo a celata abbassata, nessuna parola.
Assaltatori d'Elìte, punta di diamante dell'esercito nanico: silenzio assoluto, nessun grido prima della morte, nessun rimorso prima di prendere una vita. Quando caricano, si muovono come un unico corpo fatto di metallo e carne, una fortezza mobile da sfondamento, carica ferale da macellazione.
Vapore caldo sbuffava fuori dagli elmi scuri deformati da battaglie passate, l'unico rumore emesso erano i pesanti respiri desiderosi di sangue.
Quando l'ordine fu gridato dai comandanti, la carica partì.
Dwinar scattò in avanti in perfetta sincronia con i suoi compagni, i suoi fratelli d'arme; la muraglia umana avanzò a velocità impressionante seguita dal resto dell'esercito, la terra tremò sotto i passi pesanti dei nani.
Dall'altro lato della valle, migliaia e migliaia di luride creature restavano in attesa, nessuna tattica, nessuna strategia, nessuna formazione, soltanto urla disumane, bestemmie e insulti, grugniti e versi demoniaci: orchi, goblin, bestie e mostri di ogni tipo riempivano le fila nemiche; creature infernali, oscure.
Quando la carica degli Assaltatori raggiunse il nemico, le sorti della battaglia apparvero chiare.
L'Elìte di nani penetrò fino al centro della formazione nemica come un coltello nel burro caldo, grida si levarono alte nel cielo, nubi rossastre fuoriuscivano dai nemici abbattuti, il terreno divenne fango sanguinolento, archi di sangue nero venivano dipinti dal vorticare delle ascie naniche.
Dalla distanza, enormi baliste massacravano i mostri con mastodontici pali di legno e ferro, ormai per loro non vi era più speranza.
A battaglia conclusa, straordinariamente con poche perdite, l'esercitò levò un canto trionfale e tornò all'accampamento per i giusti festeggiamenti. Quella guerra che ormai si protraeva da diversi mesi, era ormai conclusa. Dopo questa vittoria, i nani avrebbero eretto un'immensa barriera per proteggere le proprie terre dagli assalti di quelle creature, finalmente avrebbero potuto vivere in pace.
Quella notte giunsero musicisti e cortigiane dai villaggi vicini, musiche di ogni tipo si mescolavano, l'aria odorava di vino e birra e sidro e di carni speziate arrostite.
Dwinar si godeva il meritato riposo un po' in disparte, non desiderava altro che tornare dalla sua Azmòra, la sua amata, che lo stava aspettando preoccupata ormai da troppo tempo. Era sicuro: appena tornato, l'avrebbe sposata; era la donna giusta, l'unica che abbia mai amato davvero, l'unica che l'abbia davvero capito. Senza di lei, non gli restava nulla. Avrebbe sotterrato l'ascia da guerra per diventare un fabbro o magari un minatore e avrebbe avuto dei bambini; non desiderava altro che stare al suo fianco fino a che la vecchiaia non si fosse preso la sua vita.
Cominciò come un suono ritmico quasi impercettibile e pian piano divenne sempre più forte e udibile, poi emerse dalle tenebre e Dwinar vide: messaggero a cavallo... no...Non un soldato, un ragazzo, accasciato sul dorso dell'animale. Quando la montatura si fermò vicino al nano, il ragazzo cadde, dalla sua schiena spuntava una freccia nera, un dardo goblin. Dwinar la prese saldamente e la spezzo, dopodiché girò il ragazzo e lo riconobbe: era Corren, il figlio del fabbro del suo villaggio.
<Qui c'é bisogno di un cerusico! Presto! Corren, svegliati figliolo, parlami... Dimmi che cosa é successo!>
Dopo qualche secondo, il giovane aprì debolmente gli occhi e sussurrò qualche parola: <Villaggio...Az...mora....tr..tr..trappola.....diversivo....tutti morti......>
Poi chiuse gli occhi e non li riaprì più.
Poco dopo giunse un messo ad informare il comandante in carica che svariati villaggi dietro il fronte di guerra erano stati attaccati e distrutti da raid di goblin, la battaglia nella valle era solo un espediente per lasciare le città sguarnite e indifese.
Quando tornò a casa, Dwinar scoprì di non averne più una. Aveva perso tutto: la sua donna, l'amore, il futuro che aveva sognato. Delle abitazioni rimanevano solo più macabri scheletri di pietra sporca di fuliggine, corpi dilaniati dagli uccelli erano sparsi ovunque, l'aria odorava di carne bruciata.
Azmòra non c'era più e la rabbia si impadronì del nano. Avrebbe giurato vendetta, avrebbe ucciso e ucciso e ucciso per il resto della sua vita perché ormai rimaneva solo quello di lui, l'altra parte, quella che voleva vivere in pace, era morta con lei.
Entrò nella fucina devastata dal saccheggio e riaccese la fiamma del forno. Si tolse le massicce placche di mithril e le gettò tra le fiamme, lavorò di mastice e di martello e forgiò una nuova ascia e sulla lama vi incise parole antiche, rune sconosciute, un linguaggio tramandato all'interno del clan Bloodaxe di cui lui solo conosceva il significato.
Dopodiché, andrò ad ubriacarsi.
Ubriaco fradicio si mise a parlare con degli altri nani ammirati dalla fattura della sua ascia, chiesero il significato delle rune che aveva inciso e lui rispose:
<Vi ho inciso il mio messaggio di vendetta: "Nessuna creatura o uomo o essere vivente sfuggirà alla mia vendetta. Nulla sfuggirà alla mia ascia, essa si disseterà con il sangue dei miei nemici. Questa sarà la mia vita.">
Poi se ne andò e non tornò più a quella che un tempo chiamava "casa".
La pioggia cadeva incessantemente , Dwinar, completamente bagnato, trovò rifugio sotto ad un gigantesco albero e lì vi accese un falò per riscaldarsi ed asciugarsi. La luce che il fuoco emetteva era estremamente fioca, riusciva a malapena ad illuminare l'ascia che teneva davanti a sé.
Nella solitudine e nel silenzio della notte spezzato dal picchiettare delle gocce, lesse ancora le parole che aveva inciso: "Nessuno trafisse mai il mio cuore come fece il tuo sguardo la prima volta che ti vidi. Nessun fuoco potrà mai ardere come l'amore che provo per te, nessun dolore sarà mai più grande della tua scomparsa. Questa sarà la mia vita d'ora in poi: vuota e grigia, senza un posto da chiamar casa. Perché eri tu, la mia casa.".
Sulle sue guance, una goccia scivolò e cadde sulla lama. Forse pioggia, forse no.
lunedì 6 maggio 2013
Quarta giocata: 1 maggio 2013
Riddleport, 16 Calistril 4711 CA
Riddleport, 19 Calistril 4711 CA
Riddleport, 20 Calistril 4711 CA
Riddleport, 22 Calistril 4711 CA
- nonostante l'effetto benefico di Samaritia Beldusk sull'andamento della bisca e la discreta partecipazione dei personaggi agli affari di quest'ultima il Goblin d'Oro vede la situazione peggiorare a causa di alcuni disguidi causati dal gestore, Saul
Riddleport, 19 Calistril 4711 CA
- i personaggi vengono ingaggiati da Saul per trasportare dal "Corsaro Fumante", una nave attraccata al porto di Riddleport, del liquore molto prezioso
- i personaggi scoprono e sventano il tentato furto da parte di alcuni scagnozzi di Clegg Zincher
- il caos generato provoca una piccola rivolta nei bassifondi della cittadina che viene subito placata dall'azione della compagnia
- Silgor e Samaritia portano il loro rapporto ad un livello più intimo
- una tanto intensa quanto breve relazione vede coninvolti Enomis e Tom
Riddleport, 20 Calistril 4711 CA
- Samaritia abbandona la sua occupazione alla bisca per entrare nell'Ordine dei Glifieri. La domanda di Silgor continua invece a essere ignorata a causa nella fama che lui e i suoi compagni stanno acquisendo nella cittadina
Riddleport, 21 Calistril 4711 CA
- la bisca del Goblin d'Oro viene attaccata e danneggiata da degli uomini di due importanti vicari di Riddleport: Clegg Zincher e Croat; l'intervento eroico della compagnia riesce comunque a salvare la situazione
- Saul ha ricevuto una soffiata che lo ha informato di una riunione di alcuni uomini dei maggiori vicari di Riddleport per ordine una congiura contro la bisca del Goblin d'Oro, decide quindi di inviare la compagnia ad indagare
lunedì 22 aprile 2013
Silgor Valador
Silgor
Valador è un giovane elfo mago studioso; fisicamente è alto ed esile, di costituzione tutt'altro che robusta. I suoi capelli neri corvini, gli occhi verdi e i
lineamenti dolci rivelano le sue origini nobili. Ama la conoscenza, in ogni
campo, da quella matematico-razionale a quella arcana e mistica, ed è spinto da
un incontenibile desiderio di sapere; desiderio che fino ad adesso ha saziato
leggendo libri e trattati di ogni tipo, ed esercitandosi nell’uso degli incantesimi.
La sua intelligenza gli dona un’ottima capacità di apprendimento e una notevole
padronanza delle arti magiche, ma nel contempo gli causa un carattere
supponente e spocchioso. Egli infatti tratta con superiorità e disprezzo le persone che reputa meno intelligenti di lui (e dunque la stragrande maggioranza della gente che incontra); l'altra faccia della medaglia, però, è che Silgor si dimostra estremamente rispettoso e leale verso quelle persone o creature che, secondo lui, meritano il suo interesse. Ciò lo
ha portato a vivere piuttosto distaccato da tutto e tutti (compresi i suoi
genitori, con i quali ormai da anni ha praticamente smesso il dialogo), e a legarsi in modo molto profondo al suo gatto, Nethys.
Il giovane ha ricevuto nei primi anni della sua esistenza la classica
educazione del rampollo della nobiltà elfica: un tutore privato lo ha iniziato
alla conoscenza del mondo ed ha allenato il suo corpo al combattimento ravvicinato e con l’arco (specialità questa per la quale egli, a dispetto delle sue
origini, non è mai stato molto portato).
Ben presto l’elfo si è dimostrato
insofferente nei confronti del maestro, ed ha preferito continuare gli studi da
solo, trasformando la propria stanza in un vero e proprio laboratorio. Più dello
scontro armato, infatti, lo affascinava la possibilità di combattere
imbrigliando il potere arcano della magia. Per questo si è specializzato nella
scuola magica dell’Invocazione, imparando col tempo a plasmare l’energia pura sotto
forma di fuoco, fulmini, acido.
Pur essendo
cresciuto in una famiglia di elfi nobili cittadini, Silgor non ha mai mostrato
un particolare interesse nell’intrattenere rapporti con gli umani. Se da un
lato, infatti, conoscere una razza diversa dalla sua lo incuriosiva e lo
attraeva, dall’altro egli preferiva farlo studiando un libro piuttosto che
conoscendo direttamente le persone. Così, è diventato esperto di storia e
cultura dei locali, ma senza mai o quasi mai entrarci in contatto. Silgor ha
sempre mantenuto questo modo d’apprendimento anche in tutti gli altri campi del
sapere: così, mentre le basi teoriche della sua conoscenza si allargavano e si
ampliavano, egli spesso trascurava il confronto con la realtà pratica. Di
conseguenza, ogniqualvolta l’elfo si trovava a confronto col mondo reale, gli
capitava di riscontrare delle discrepanze tra ciò che aveva studiato e ciò che
gli si presentava davanti.
Negli ultimi
anni della sua vita, questa contraddizione si è insinuata sempre di più nella
mente di Silgor, insieme alla convinzione che per raggiungere appieno il sapere
fosse necessario sperimentare e conoscere di persona, oltre che studiare gli
antichi testi; l’idea di partire per un’avventura di esplorazione si stava lentamente
formando, e intorno al suo 130esimo anno d’età il giovane mago aspettava solo l'occasione giusta per partire.
Occasione che si presenta non appena Silgor viene a conoscenza della strana macchia oscura che incombe sulla cittadina portuale di Riddleport. Dopo aver chiesto udienza più volte all'ordine dei glifieri della città, e non aver ricevuto nessuna risposta, l'elfo ottiene l'approvazione della sua famiglia per partire. Per il viaggio gli viene affiancata come guardia del corpo Chassandra, un'elfa ranger sua cugina, appartenente a un ramo cadetto della famiglia, e sebbene inizialmente Silgor la tratti, come suo solito, con diffidenza e disinteresse, nel corso del viaggio impara a conoscerla e rispettarla. Al loro arrivo a Riddleport sono ormai affiatati e pronti ad indagare sulla misteriosa macchia nera.
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